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Cimino: “Il mio pensiero per Franco Nisticò il socialista sempre giovane”

Con quella voce piana e il tono pacato, faceva passare ragionamenti robusti e dotti, dialetticamente disarmanti.

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    di Franco Cimino

    Anch’io piango, e con sentimenti sinceri, l’immatura scomparsa di Franco Nisticó. Della triste notizia ne vengo a conoscenza, fortuitamente, solo ora. Con tutto il bombardamento giornaliero di informazioni dalle guerre, questa mi era sfuggita. Franco Nisticó il socialista, che tutti, specialmente dal suo antico mondo politico, chiamano l’ingegnere Franco Nisticó. Ingegnere, mi permetto di dire, che fosse certamente capace lo era nella sua professione. Che fosse anche bravo e creativo, lo era per la sua spiccata intelligenza. Quella che lo avrebbe visto affermarsi in qualsiasi altra attività, che non fosse, però, manuale. La sua testa piena di pensiero inarrestabilmente pensante, non glielo avrebbe consentito.

    Franco Nisticó il socialista, così sempre l’ho visto è così mi è sempre piaciuto pensarlo. Anche nel lunghissimo tempo in cui ci siamo persi vista. Colpa della politica che ha pure avuto il merito di farci incontrare, facendoci diventare da subito amici. O meglio, lo siamo diventati subito dopo il breve tempo della prudenza e della diffidenza che lui, ragazzo timido oltre che razionale anche, si prendeva quando incontrava persone nuove. E, soprattutto, diverse da lui. Nel mio caso, molto diverse e inizialmente lontane. Lui socialista nell’animo, nella testa e nelle gambe. Io, democristiano. Nel sangue, nella mente, nel cuore. Nei piedi del cammino.

    Quel che eravamo lo abbiamo “ contratto” insieme. Cioè, da piccoli. Lui con maestri i libri e Mario Casalinuovo, il gigante in tutto. Io, con la dottrina “ cattolica”, mi piace dire Cristiana, come ispiratori. E da tutto ciò che emanava la storia del cattolicesimo popolare, da Sturzo a Moro, allora, come maestri. E Maritain, come pensatore, in quel tempo preferito anche per l’agilità del suo pensiero filosofico. Ci univa strettamente la passione politica e quell’amore verso i nostri rispettivi partiti. E quell’ideale condiviso, che nelle idealità dei due si spalmava. Una sorta di trinità laica, Giustizia, Libertà, Eguaglianza. Per la la Pace. Lungo questo cammino siamo diventati amici. Di quell’amicizia vera che non ha bisogno di confidenza, di cameratismo e frequentazione. Vera, perché era fatta di stima per la diretta conoscenza del lavoro leale e sincero di ciascuno dei due. Vera, perché fondata sulla lealtà dei rapporti politici. E vera perché, sgombra da ogni invidia, era fatta da ammirazione reciproca per i talenti dell’uno e dell’altro. I suoi erano tanti. E robusti.

    Nutriti anche da onestà e da cultura vera. Quella realizzata non solo attraverso le buone letture, ma anche da quella sensibilità che lo portava a formarsi un pensiero originale. Tutto suo. Quindi, libero. Un pensiero che lui tenne gelosamente sempre autonomo e “ liberato” , anche all’interno della cosiddetta disciplina di partito cui egli mai venne meno. Era segretario di Federazione dei giovani socialisti. Non lo incontrai subito in questa veste, ché lo divenne dopo e tardi. Mi pare, lo avesse preceduto l’ottimo Ciccio Peltrone, visto “ scandalosamente” figlio di Vincenzo, autorevole democristiano. Io ero il delegato provinciale del Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana. E non erano tempi facili per una nostra collaborazione, anche se i nostri partiti erano alleati di governo.

    Ma in quella “ collaborazione-competizione” , che poi Craxi portò fino al punto più alto di tensione, e me a non avere grande simpatia verso il PSI, al contrario sentirla sempre più grande verso il PCI, per la quale divenni sostenitore della politica prima del confronto e poi dell’incontro tra le due maggiori forze popolari del Paese. Ricordo questo aspetto, non di secondaria importanza comunque, perché Franco seppe con il suo equilibrio e la sua saggezza da uomo maturo, la sua spiccata intelligenza politica in particolare, mantenere il dialogo con noi e la simpatia “ collaborativa” con me, anche quando più frequenti, nella nostra elegante e grande sede in Galleria Mancuso, gli incontri con la FGCI di Pino Tassi e Menella Potenza si facevano più frequenti e incidenti. Franco Nisticò era buono, gentile, elegante.

    Con quella voce piana e il tono pacato, faceva passare ragionamenti robusti e dotti, dialetticamente disarmanti. Era perfetto, anche in quella simpatia umana trattenuta in quella timidezza che rassicurava invece che allontanare. Anche i giovani comunisti, che per i socialisti, allora, mica andavano matti. Grandemente suo il merito di quel restare tutti insieme( c’erano anche i giovani socialdemocratici e repubblicani) per lavorare a favore di idee comuni per il bene dei giovani calabresi e delle lotte per l’affermazione della Democrazia e dei diritti ad essa corrispondenti( una vera felice ossessione per lui). Finita la nostra comune esperienza giovanile, ci siamo persi di vista e mentre le cronache politiche di me dicevano qualcosa, di lui sempre di meno. Mi veniva sempre in mente la bellezza di quel giovane, disturbata fisicamente solo da un po’ di rotondità e dal numero delle sigarette. Rimase socialista sempre. Fino al midollo anche quando il PSI fu fatto sparire più da chi troppo frettolosamente l’ha abbandonato( stesso amaro destino per la mia DC) che dalle vicende giudiziarie. Troppo buono Franco per potersi affermare dentro quella politica così deteriorata nei valori da raggiungere velocemente il baratro che la inghiottì. A chi si domandava e ancora si domanda come fosse possibile che quel ragazzo, tra i più bravi tra noi tutti e tra i migliori in assoluto della politica catanzarese, restasse dietro le quinte senza cambiarsi e incattivirsi mai, la risposta la può trovare in quel nome splendente nel grigiore di questi cieli “ cattivi”, FrancoNisticòilsocialista. Così, scritto come lo si dice. Tutto attaccato. Come tutta la ricchezza della sua indivisibile persona.

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