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“I surici, i pesci che hanno fatto la storia”, la fama di questa specie nel libro di Michele De Luca

Già scrittore di diverse pubblicazioni sulla Calabria sui dialetti della regione, sulle usanze e la storia

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    Anche da una semplice “specie marina” si può trarre parte di storia. Si potrebbe addirittura iniziare dall’arte culinaria che fra le sue innumerevoli preparazioni ne includerà certamente qualcuna del prelibato pesce di cui si parlerà, conosciuto in Calabria come “’u suricia”, noto ai più come pesce “pettine”, molto ricercato dai pescatori e ugualmente dagli amanti della buona cucina per la sua carne delicata. Tuttavia ciò che riguarda questo particolare pesce è tanto altro.

    A darne conoscenza il libro di Michele De Luca, già scrittore di diverse pubblicazioni sulla Calabria, sui dialetti della regione, sulle usanze e la storia. Questa sua recente pubblicazione, “I surici, i pesci che hanno fatto la storia”, è singolare nel suo genere, poiché sembra quasi impensabile che un “semplice” pesciolino possa avere al suo seguito particolari ricchi di storia. Già il suo caratteristico nome, derivante proprio dal dialetto calabrese, si accomuna a quello del “topo”, traduzione letterale di “suricia”! Eppure questo pesce appare quasi una rarità – come descrive De Luca nel suo libro – non facilmente “pescabile” arriva a costare circa 25/30 euro al kg (almeno nel 2018 questo era il prezzo) costituendo così una pietanza ricercata. Michele De Luca fa un’attenta disamina su questo piccolo pesce, traendone la storia con dovizia di particolari, quasi come fosse uno storico “personaggio” distinguendosi nella cultura latina, nella letteratura ed ovviamente nelle profondità dei fondali marini.

    C’è da dire che il pesce pettine è conosciuto in tutto il mondo e vari sono i nomi che lo contraddistinguono a seconda del paese dove viene pescato, appartenente alla famiglia dei “Labridi”, di cui ne esiste una varia specie. Anche in Calabria il pesce assume nomi diversi tant’è che nel reggino viene chiamato “pettinéddhu”, “suraca” a Scalea, “surice ‘e màra” a Falerna e ancora diversamente in altri paesi calabri. A Parghelìa, ad esempio, si conosce un famoso detto: “Ti fazzu ‘u viju ‘i surici virdi” (ovvero “ti umilio”, dicitura usuale anche in italiano), ma in questo caso i sorci sono da deputare al classico “topo”, in riferimento all’effige di tre topi, riportata nel 1936 sulla carlinga degli aerei di bombardamento dell’omonima squadriglia della regia Aereonautica, che aveva ottenuto numerosi successi.

    La denominazione “suricia” del dialetto calabrese – spiega lo scrittore – nasce dall’analogia con il roditore, il pesce, infatti, si nasconde in caso di pericolo sotto la sabbia ed ha denti aguzzi (karcharodonta) proprio come i roditori, inoltre, come gli stessi ratti, appare molto furbo, sebbene sembrerebbe che questa sia più una diceria dei pescatori, poiché, come si è precedentemente detto, gli si attribuisce l’abilità nel nascondersi sotto la sabbia (sutt’a ‘rina). La voce italiana “pesce pettine” invece deriva dalla vaga somiglianza ad un “pettine”, infatti il suo corpo appare striato da fitte righe verticali azzurre, che lo ricoprono interamente.

    De Luca scava nel più profondo della storia di questo pesce, tant’è che lo si ritrova in moltissimi scritti, come in un testo del francese Guillaume Rondelet, illustre anatomista e zoologo che nello specifico dedica una parte proprio al pesce pettine. Il testo, in latino, pare che riprenda quello di Plinio, sia nella definizione biologica, che in alcuni dettagli specificativi. Ma attraverso una sostanziale ricerca eseguita da De Luca si è addirittura visto che il pesce si ritrova nella letteratura latina come enunciato dal grande poeta e drammaturgo Quinto Ennio, il suo “pecten” pare fosse proprio il pesce pettine, sebbene la voce latina viene anche usata per indicare un altro pesce a noi noto, la “capasanta”. La storia di questo colorato pesce non finisce certamente qui e lo si ritrova addirittura – come racconta De Luca – nell’opera di Apuleio, “l’Apologia” (o De Magia), che risulterà essere una sorta di “opera di autodifesa” per essere stato accusato di aver sedotto Pudentilla una ricca vedova (fu così che il pesce passerà per essere uno degli ingredienti essenziali di pozioni magiche). Ma le ricerche dello scrittore romano (di origini calabre paterne) continuano e il famoso pesce “suricia” appare addirittura nella letteratura italiana, nominato nei versi del poeta rinascimentale Torquato Tasso nell’opera “Le sette giornate del mondo creato”, dando tra l’altro prova di una buona conoscenza del pesce pettine.

    “Questo libro – afferma Michele De Luca – in realtà nasce molti anni fa, successivamente messo da parte ritenendolo forse secondario, ma, riprendendolo, l’argomento ha dimostrato di essere importante, poiché le indagini realizzate sono state diverse, sui nomi, sull’etnologia, sui dialetti, è un’indagine a tutto campo poiché ho raccolto le svariate “voci” del mondo antico. Il pesce pettine lo si ritrova infatti nella letteratura latina come in quella italiana, dando prova che di lui ne parlarono diversi scrittori”.

    Chi potrà leggere questo libro, che per il momento ha solo una pubblicazione “riservata agli amici”, avrà una ennesima conferma di quanto la Calabria non possa mai mancare nei testi di De Luca, raccontando ora le particolarità del pesce pettine che si ritrova in diversi luoghi dell’interminabile costa calabrese. Un “pesciolino” che ama le acque calde e per tali ragioni ben si adatta a quelle del Mediterraneo, ci si chiederà come mai le sue piccole dimensioni abbiano ispirato poeti e scrittori, Michele De Luca ne cerca la motivazione e infatti il suo libro contiene una a lui ben nota espressione dei dialetti calabresi, scende nel profondo del mare per scoprirne le abitudini, le forme, le caratteristiche e ancor di più il sentire di quanto detto a tal proposito dagli esperti pescatori che, molte volte, hanno rappresentato una fonte fondamentale. Il “pesce”, come è noto, è sempre stato per l’uomo una primaria fonte di sostentamento, difatti alcune comunità sorsero proprio nelle adiacenze dei laghi, dei fiumi o dello stesso mare. Stabile rappresentanza per svariati popoli come egiziani, babilonesi, romani e greci, proprio questi ultimi, ad esempio, usavano denominare “opson” il companatico in genere ed un usuale “opson” era dunque il pesce, avendo nel mercato, che si svolgeva nella classica “agorà” (piazza), una parte predominante. Michele De Luca ancora una volta delinea uno “scritto” dedicato alla Calabria, ne traccia un significativo evolvere legato sì ad un piccolo pesce, ma profondamente ricco di storia e peculiarità.

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