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Da Anime nere all’ultimo drago di Aspromonte: il viaggio di Criaco ospite della masterclass del Mgff

Questa sera al Complesso monumentale San Giovanni

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    Raccontare la Calabria da un punto di vista diverso, con la consapevolezza della storia e della cultura che abbiamo alle spalle. E’ questo l’obiettivo di Gioacchino Criaco, ospite della masterclass di questa sera al Complesso monumentale San Giovanni per gli incontri del Magna Graecia film festival.

    Autore del celebre “Anime nere” pubblicato per Rubbettino nel 2008 e poi diventato un pluripremiato film quattro anni dopo, diretto da Francesco Munzi, in realtà da allora non si è più fermato. Definitivamente accantonata la pratica forense, dopo venti anni di continui viaggi fuori, ha deciso di rientrare, dare vita al “fenomeno” Anime nere e proseguire su quella scia. Con il supporto della giornalista Maria Rita Galati, Criaco ha spiegato le tappe di questo suo percorso.

    «Dopo le scuole superiori salutai l’Aspromonte, con un a non rivederci mai più – ha raccontato -. Ero felice di stare lontano dalla Calabria. Mi sono ritrovato a Milano, lavoravo in uno studio legale, e un giorno sono salito in macchina e sono ritornato a casa. Sono rimasto per molti mesi, non dico da solo ma quasi. E’ stato quasi un periodo di eremitaggio, dopo ho voluto fissare qualcosa, mi sono seduto a un computer, a partire da una frase: “camminavamo veloci”, da lì ho cominciato a caricarci tutto me stesso. Era una frase tratta da un libro di Saverio Strati, ambientato ad Africo, che parlava di un popolo, anche con disprezzo, che era il mio popolo». E’ stato questo il primo passo della “rivoluzione”. «Ho pensato di ricostruire una storia, ho scritto per quattro giorni – ha ripreso il suo racconto -. Poi sono successe cose sorprendenti, perché la nostra montagna sa fare regali preziosi ai propri figli e a me ha dato questo regalo aggiuntivo: mi sono ritrovato improvvisamente libero grazie all’Aspromonte. Mai avrei pensato di fare questo mestiere, figurarsi il cinema».

    Qualcuno parla di Anime nere come del nuovo noir calabrese: «Rido quando mostrano una spiaggia calabrese e dicono che sembra la California. La verità è che è la California che somiglia alla Calabria, che esiste da prima.  La stessa cosa vale per la letteratura, sono cresciuto con la scuola letteraria calabrese, con la Chanson d’Aspremont che è il primo poema dell’epica dei paladini, che diede il via alla “chanson de geste”. Là c’è tutto il modo di scrivere calabrese, raccontare il nido. Mio nonno mi raccontava questa epopea quando ero bambino, e per me tutto parte da là». Del resto, come ha avuto modo di dire, la peculiarità dei calabresi è «il “cunto”».

    «Abbiamo avuto enormi scrittori, da Strati ad Alvaro, che è un grande assoluto, non di Calabria o dell’Italia, ma cosa è successo? Il mondo ma soprattutto noi calabresi conosciamo solo la sua epopea dei vinti, non che in realtà produsse tantissimo, anche per il cinema. “Riso amaro” ad esempio l’ha sceneggiato Alvaro». Dopo di loro in Calabria abbiamo avuto «una produzione intellettuale molto legata alla politica, è una cultura tale solo per chi la produce. Non spiegano ai calabresi o a chi sta fuori cosa sia la Calabria. Poi arriva Anime Nere». Che ha vissuto degli esordi molto contrastati: «Con Francesco Munzi e Luigi Franco della Rubbettino, siamo andati avanti nonostante le difficoltà. Il successo di Anime nere dimostra che c’è uno spazio per la nostra letteratura anche dal punto di vista commerciale, per il mercato. E oggi abbiamo altri autori calabresi che si sono infilati nello stesso varco. Se un merito ce l’ha rimanere, è l’aver illuminato gli angoli bui, mostrando le enorme distese di luce che la nostra storia ha, perché non è solo una storia criminale».

    Da “La Maligredi” alla graphic novel “L’ultimo drago di Aspromonte”, Criaco scrive senza sosta. E anticipa che ha nel cassetto, completate, molte altre opere. Attraverso proprio il “drago” dell’Aspromonte – che ha una forma sì mostruosa -, che «aveva il potere di vedere tutto ciò che abbiamo dentro, là non puoi nascondere nulla», Criaco è approdato al nucleo del discorso: «E’ la periferia che può spiegare il centro, l’Aspromonte può farlo, non il contrario. Lo hanno dimostrato Munzi, ma anche recentemente Jonas Carpignano, con il suo “A Chiara”». Tutti testimoniano che c’è una «Calabria che vuole essere parlata, ci sono le storie che unificano queste Calabrie diverse – ha concluso Criaco -. Dobbiamo riconoscerci, c’è una Calabria che si è lasciata disgregare, ma deve tornare al suo nucleo iniziale. Noi calabresi siamo un unico popolo, e solo come tale, come contenitore di un’unica cultura possiamo risolvere i nostri problemi».

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