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Il cantautorato italiano in scena con Patrizia Laquidara foto

Protagonista della prima serata al Teatro Politeama del Festival d’autunno

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    Avrebbe dovuto essere Rosa Martirano con un suo omaggio a Rino Gaetano la protagonista della prima serata al Teatro Politeama del Festival d’autunno 2021, ma per sopraggiunti imprevisti che ne hanno impossibilitato l’esibizione, negli ultimi giorni il suo nome è stato sostituito con quello di Patrizia Laquidara, e al posto delle canzoni del cantautore crotonese, ad essere protagoniste sul palco sono state quelle di tanti autori italiani che hanno segnato il secolo scorso.

    Patrizia Laquidara si è infatti presentata così, ieri sera, introducendo quelli che sarebbero stati i brani cardine del ‘900: «Potremmo raccontare un secolo intero semplicemente attraverso la musica – ha detto -. Con le canzoni in fila, una dopo l’altra, avremmo sicuramente una versione veritiera della storia».

    Ed ecco allora il primo tassello di questo “viaggio”, “Come pioveva” (1918) di Armando Gill, al secolo Michele Testa. Accompagnata da un quartetto di musicisti non da poco – Davide Repele alla chitarra, Davide Pezzin al basso, Alfonso Santimone al pianoforte, Nelide Bandello alla batteria -, Laquidara ha snocciolato in successione i brani in programma, ferma sui suoi pilastri, semplicità e raffinatezza, arrivando a sciogliere, brano dopo brano, un pubblico inizialmente un poco intimidito, poi entusiasta nel cantare insieme a lei, partecipe.

    E’ stato il turno di “Parlami d’amore, Mariù” (1932) di Vittorio De Sica, «negli anni in cui il cinema diventa sonoro», e poi di una personalissima versione della  “Tammurriata nera” (1944) con cui Laquidara ha ricordato l’arrivo degli americani a Napoli. Non poteva mancare, poi, la nascita del Festival di Sanremo (1951) e la prima canzone che vinse, “Grazie dei fior” di Nilla Pizzi, ma anche la “Maruzzella” (1956) di Renato Carosone, e il primo dei cantanti “urlatori” – «che si staccò dalla tradizione italiana, strizzando l’occhio agli Stati Uniti» -, Tony Dallara con la sua “Come prima” (1958). A questo punto Laquidara ha rotto la linea cronologica con il primo salto temporale della serata, arrivando al 1976 con “Malarazza” di Domenico Modugno, che recuperava una poesia popolare siciliana, per poi ritornare al 1962 e alla scuola genovese con Sergio Endrigo e “Io che amo solo te”, e Luigi Tenco con “Mi sono innamorato di te”.

    Come non ricordare a questo punto della storia, il “caschetto d’oro” Caterina Caselli e la sua “Nessuno mi può giudicare” (1966), e poi ancora “Quanto t’amo” (1969) di Johnny Hallyday, che ha segnato la liberazione dei presenti in sala, ingaggiati dalla cantante catanese per i cori. E poi di nuovo la scuola genovese con Fabrizio De Andrè e la sua “Bocca di rosa” (1967) innestata in conclusione con “Don Raffaè” (1990), prima di proporre anche “L’avvelenata” di Francesco Guccini (1976). Per finire la sua carrellata, per il gran finale Laquidara ha scelto “La collina dei ciliegi” (1973) di Mogol e Battisti, presentata insieme a “Centro di gravità permanente” (1981) di Franco Battiato, quindi “Fotoromanza” (1984) di Gianna Nannini e “Figli delle stelle” (1977) di Alan Sorrenti.

    Tra cover, riarrangiamenti e tanta eleganza, Patrizia Laquidara aveva anche trovato posto nel corso della serata per tre suoi brani, “Le rose”, scritta da Fausto Mesolella, e poi “L’equilibrio è un miracolo” e “Acciaio”, ma non poteva chiudere la serata così. Richiamata sul palco dal pubblico, ha anche deliziato con due ultimi encore, non previsti, concordando con i presenti di eseguire nuovamente “L’equilibrio è un miracolo”  e “Io che amo solo te”.

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