La caduta nel tempo di Pitagora e Alcmeone

T.A.Z. e UTOPIE PIRATA (Zone Temporaneamente Autonome, Hakim Bey)

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    Da quando sono ri-tornato a Crotone, patria del Maestro Pitagora, ho notato con un certo orgoglio questa volontà di afferrarci ad un nome glorioso del nostro Passato (Aeroporto Pitagora, Museo e Giardini di Pitagora, Sala convegni Pitagora ecc.). E l’idea mi è piaciuta, avevo quasi necessità di ritrovare le radici, abitare via Pitagora. E così fu!
    Da vanitoso crotonese ho riportato questa residenza nella nuova carta d’identità: via Pitagora numero 10, praticamente accostato al numero 12 (civico di riferimento dei murales). E pian piano ho invitato, nel tempo di 3 anni, vari amici e conoscenti a raggiungermi presso l’umile dimora.
    Ho dovuto ahimè constatare che la via è ancora ignota ai più, nonostante gli sforzi della Fondazione Santa Critelli, del Circolo Ibis, etc. La via è più nota come “ferriata” o “duv ci sù i nigr” (cit. di alunni che ho incontrato nelle diverse scuole). Ma non c’è bisogno di sbigottirci, sono reazioni poco significative alle dinamiche della vita e delle comunità.
    Consapevole dell’incertezza legata ad ogni tentativo di azione è necessario comunque scommettere tenendo conto del “principio spermatico dell’azione politica” che necessita di “ardori ripetuti, di prove/errori ininterrotti, sin quando un giorno, per caso, la fecondazione si opera … Si ritorna a ciò che sapevamo prima di ogni conoscenza e ogni coscienza, arrivando a ciò che ogni conoscenza e ogni coscienza ci dicono di compiere e di far sbocciare: seminare ↔ amarsi” (Edgar Morin, Dove va il mondo?).
    L’evento “La caduta nel tempo di Pitagora e Alcmeone”, che si terrà dal giorno 1 al giorno 7 agosto 2022 presso la via Pitagora 12, vuole simboleggiare un gesto di cura, per il tramite della storia, espresso attraverso l’arte, nel tentativo di “ri-marginare” e “ri-sanare” una “faglia sociale” che mette a dura prova la nostra capacità di accoglienza e sopportazione dell’Altro. È singolare che la struttura geologica del luogo proprio nei pressi di Piazza Duomo metta a contatto due diversi tipi di sedimento: le alluvioni attuali (L’ALTRO) e le argille calabriane (NOI).
    A portare avanti l’attività è l’Associazione “Le Pietre che Narrano…La Conoscenza Itinerante” (link) in collaborazione con altri Accogli-Enti del territorio crotonese.

    UOMINI E TOP(O)I

    L’esperienza del Covid-19 ha rinforzato, in linea con l’ottica della campagna nazionale di Protezione Civile “IO NON RISCHIO”, l’importanza del concetto di autoprotezione, riportandoci, in un certo senso, al primo scalino del principio di sussidiarietà (ambito comunale, casa comune).
    Un concetto estraneo di questi tempi in cui il modello monotopico (“locale”) è stato soppiantato da un abitare multitopico, globale, frammentato. Nel primo modello, è evidente come le pratiche che l’abitare comporta (andare a lavorare, recarsi a scuola, fare la spesa etc.) si risolvano all’interno del limite di prossimità, ovvero di vicinanza al luogo di domicilio, tipico di un abitare monotopico, ossia di un abitare connotato dal sentimento di vivere un luogo Coeso e Coerente, ad elevato Capitale di sociabilità. Nel secondo modello, invece, le pratiche relative all’abitare si svolgono per lo più oltre i limiti di prossimità: i luoghi percepiti come familiari non sono quelli “vicini”, che invece non è detto che siano quelli più conosciuti.
    La percezione alimentata dall’abitare multitopico è quella di un vivere frammentato, incoerente, segnato da fratture che non danno modo di esperire un tessuto abitativo ma piuttosto una pura distribuzione di localizzazione nella quale tra il punto di partenza e il punto di arrivo di una perenne circolazione e mobilità si ha l’impressione che non ci sia “nulla”. E così “vicino” non significa più conosciuto, sicuro, familiare.
    La familiarità rappresenta un fattore importante in quanto condizione necessaria alla costruzione del racconto di sé, di sé in rapporto con gli altri, e di sé in rapporto con i luoghi (Narrazione): la familiarità è una precondizione della territorialità. Se i luoghi praticati quotidianamente sono qualificati come mere localizzazioni, per di più staccate e indipendenti tra loro, non si definisce per l’individuo una sintassi e non si costruisce un tessuto sociale. A livello pragmatico, ciò, si traduce in atteggiamenti improntati all’individualismo, all’opportunismo, alla strumentalità.
    L’abitare multitopico, in questo senso, può indurre, nei confronti del territorio, comportamenti che vanno dalla disattenzione all’indifferenza, dalla fobia fino al “rifiuto” dei luoghi dell’abitare.  Tale rifiuto è ben evidente in affermazioni e atteggiamenti di modernità e a-polidia che “proclamano” l’adesione all’atopia (non appartenenza ad un luogo). E’ esemplare, a riguardo, la definizione di A. Turco: “l’atopia proclama il collasso dell’uomo – abitante che, privato in qualche modo della sua sostanza culturale, si pone disarmato di fronte ai processi di degradazione della spazialità”.

    Pre-visioni

    Fare conoscenza con le cose che ti circondano richiede tempo. È come costruire un’amicizia, stringere un patto. La strada giù in fondo, che si trasforma via via che ti avvicini, diventa una buona compagna ancor prima che tu l’abbia raggiunta. Gli occhi, le orecchie, il naso, le spalle, la pancia e le gambe le parlano e la strada risponde.
    Il tentativo è dunque quello di creare ‘alleanze di quartiere’ capaci di dar luogo a nuove forme di cooperazione e competizioni che ridisegnino i paesaggi abitati.
    Le molteplici esperienze portate avanti in questa direzione hanno come fine ultimo quello di ricucire le “cicatrici” imposte dai limiti di quartiere e inter-comunali, creando una architettura organizzativa sperimentabile e replicabile in qualunque contesto. Si mira così ad alleanze di quartiere (costruite sulle pratiche dell’accoglienza e dell’ospitalità) capaci di riattivare metabolismi urbani (che includano energia, acqua, rifiuti, verde pubblico, legalità) che risanino i clevages e le lacerazioni ataviche del volto sfigurato delle città.
    La ricerca dunque di una “ecourbanistica strategica” (Hodson e Marvin 2010) utile ad affrontare con crescente consapevolezza le sfide comuni imposte dalla “metamorfosi del mondo” (Beck 2017) e dai rischi globali con particolare attenzione a quello del cambiamento climatico.
    Abbiamo più che mai bisogno di una migliore comprensione su come “navigare” e analizzare questi nuovi paesaggi per migliorare le nostre capacità di guardare con nuovi occhi il mondo che cambia, scorgendo in tal modo nuove costellazioni per riorientare in senso ‘verde’ i meccanismi del capitalismo globalizzato urbanizzato locale.

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    http://www.ide-112.it/antroposfera-crotonese.html

     

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