Il verde di via Armando Fares: dove vegeta e dove muore

Gli alberi piantati a febbraio sono secchi e defunti, salvo nelle aiuole dove hanno portato acqua i residenti. Il canalone di raccolta delle acque pericoloso e la chiesa promessa e mai realizzata

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    Di Armando Fares, monsignore, molti ricordano l’alta figura, pastorale e anche fisica. A lui, vescovo di Catanzaro e vescovo di Squillace per i cruciali trent’anni dal 1959 al 1980 a cavallo del Vaticano II, è intitolata la via di Catanzaro, tracciata sul finire dei Sessanta dall’impeto edilizio popolare tra Sala e Germaneto e intorno alla quale si è venuto a realizzare un popoloso quartiere fatto di palazzine dell’Aterp e di cooperative. Via Armando Fares è l’emblema di quanto il concetto di periferia risponda alla categoria del relativo: c’è sempre qualcosa o qualcuno più periferico di altro. Di questo i residenti sono consapevoli e, d’altra parte, si sono ben attrezzati con mezzi propri per sopperire alle pecche dei collegamenti pubblici, nonostante più volte illusi e disillusi dalle chimere dei pendoli e delle metropolitaneleggeredisuperficie: al di là e al di qua di via Lucrezia della Valle si aprono negozi, bar, centri d’acquisto e di servizi, finanche il centro federale di calcio. Insomma, organizzandosi un po’ si potrebbe vivere benino. Per non dire che al di là del crinale, poche centinaia di metri in linea d’aria, si apre l’ampia vallata del Corace con la sua altisonante nomea di Area direzionale di Catanzaro: università, Cittadella regionale, nuovo ospedale (forse). C’è ancora da aggiungere che il quartiere gode di un ottimo rapporto residente/verde pubblico, non fosse altro per l’ampio e immediato dispiegarsi delle colline fino a qualche anno fa coltivate a grano e in ogni caso terreno di crescita e moltiplicazione delle lumache con chiocciola.

    Forse per questo i residenti tengono parecchio al verde pubblico, quello che intramezza i sensi di marcia e occupa le ampie aiuole per tutto il quartiere. Sempre i residenti, che in tutto assommano alla non trascurabile entità di tremila teste, avevano accolto di buon grado, tra febbraio e marzo, l’arrivo dell’impresa incaricata della cura e manutenzione del verde che, di buona lena, aveva piantumato alberelli di piccola taglia intorno ai quali è ben presto cresciuta erba e altra vegetazione spontanea. A giugno, riferiscono dal quartiere, l’impresa è tornata, ha effettuato il diserbo e, visto che c’era, ha ripiantato altri alberelli, questa volta di taglia media, perlomeno in proiezione. Cosa che per molti di loro non potrà essere verificata, poiché nel frattempo ha piovuto pochissimo e senz’acqua, come si sa, è difficile per gli appartenenti al mondo vegetale sopravvivere, soprattutto se in giovanissima età. I residenti, sempre loro, hanno avvisato chi di competenza, ovvero il settore Ambiente del Comune: guardate che gli esemplari che avete piantumato stanno seccando sotto il sole. Per dire il vero, non sono stati con le mani in mano: hanno comprato un tubo in gomma e laddove poteva essere attaccato alla rete idrica, hanno provveduto a innaffiare. Tanto che, in queste aiuole fortunate, le piante crescono e promettono bene. Per il resto, come documentiamo con foto, gli alberi ormai sono fusti secchi che non danno ombra e fanno tristezza. L’evidente dicotomia delle due situazioni riflette in senso inverso lo sfruttatissimo assioma della sinergia pubblico-privato: c’è quando funziona e quando no. Spiace che in questo caso la défaillance sia tutta di parte pubblica.

    C’è da dire che la Commissione Ambiente a inizio settembre ha effettuato un sopralluogo in via Fares, insieme a funzionari dell’Asp e a una delegazione di residenti. Perché c’è anche da segnalare, ma non è cosa nuova per molti dei quartieri di Catanzaro, uno stato di degrado nella manutenzione del patrimonio pubblico: il fondo stradale, le recinzioni, il verde, la pulizia delle aree comuni. Per esempio, in via Fares come in altre zone, alle operazioni di diserbo eseguite dalla ditta incaricata, che è Verde Idea, dovrebbe seguire la successiva pulizia degli scarti e dei rifiuti rinvenuti, di solito plastica, copertoni, ingombranti, insomma l’impressionante campionario dell’inciviltà urbana.

    Questa seconda operazione, spettante a Sieco, non sempre avviene e, quando avviene, è in riprovevole ritardo, dicono i residenti. Anche la Commissione Ambiente, presieduta da Eugenio Riccio, lo ha potuto constatare e ha, al solito segnalato ai Settori di competenza. Qualcosa è stato fatto, sia in termini di pulizia che di manutenzione stradale. Permane la situazione di pericolo derivante dalla mancata pulizia del canalone di raccolta delle acque piovane che, periodicamente, crea problemi in occasione di forti rovesci. La Commissione ne è consapevole, e ha segnalato. I cittadini ne sono consapevoli, e sono allarmati. Dispiace, anche perché la memoria del vescovo Fares va onorata in tutto. Anche nella cura della via che la città gli ha dedicato. A proposito, ci sarebbe da ricordare l’annosa e irrisolta faccenda della chiesa del quartiere, che rientra nella parrocchia di San Francesco di Paola, Samà. Anche quest’opera fa parte degli annunci gratuiti: non quelli che non si pagano, ma quelli che non si onorano. Anni fa fu megafonato il grande accordo tra Comune e diocesi: era stata trovata l’area sulla quale edificare. Tutti fiduciosi, credenti e fedeli anche oranti. Finalmente si sarebbe usciti dalle angustie del prefabbricato adibito a luogo di culto. Non se ne è fatto niente. Anzi, se possibile, si è regrediti: dal prefabbricato si è passati a una rimessa dell’Aterp: dall’edilizia al culto popolare la strada è breve.

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