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Maxiprocesso Aemilia, sinergia tra mafia e imprenditoria: ecco cosa dicono le motivazioni

Focus sulle azioni estorsive e usurarie commesse soprattutto in danno sia di soggetti di origine calabrese residenti sul territorio emiliano, sia ai danni di imprenditori locali in difficoltà economiche

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    “La sostituzione di un modello accentratore in cui la carica intimidatoria insisteva sulla figura del capo, con una struttura che prevedeva un’organizzazione maggiormente articolata grazie alla presenza di luogotenenti in grado di ripetere, diffondere, moltiplicare la capacità di intimidazione e, allo stesso tempo, frazionare il potere tra più soggetti, in modo da renderli meno pericolosi per l’egemonia instaurata e allo stesso tempo, maggiormente capace di operare e di infiltrarsi sul territorio”.

    E’ questo un elemento saliente che connota la cosca emiliana, secondo la Corte di Appello di Bologna, nelle motivazioni della sentenza del maxiprocesso ‘Aemilia’. La capacità di azione del gruppo criminale è dimostrata dai molteplici settori in cui lo stesso operava e “dalla capacità di infiltrazione nella economia emiliana grazie al necessario apporto da parte dell’imprenditoria legata al sodalizio mafioso”, proseguono i giudici.

    Tra gli elementi emersi per descrivere l’attività della ‘Ndrangheta in Emilia si evidenziano “sistematiche azioni estorsive e usurarie commesse soprattutto in danno sia di soggetti di origine calabrese residenti sul territorio emiliano, sia ai danni di imprenditori locali in difficoltà economiche”.

    E poi, sottolinea la Corte di Appello di Bologna nella motivazione della sentenza pronunciata a dicembre e depositata oggi, azioni incendiarie “che rappresentavano una modalità intimidatoria abituale della organizzazione volta a rendere arrendevoli e accondiscendenti gli imprenditori”, condotte vessatorie “avvalendosi della condizione di assoggettamento e di omertà connessa all’ormai diffusa conoscenza della natura e della forza del sodalizio” esistente nel territorio reggiano e piacentino ed ai conseguenti timori delle vittime”. Ma anche “l’avvicinamento e il coinvolgimento di personaggi gravitanti nel mondo della politica locale e degli organi di informazione e rapporti con alcuni esponenti delle forze dell’ordine, “che hanno dimostrato una vera e propria partecipazione agli scopi dell’associazione mafiosa mettendosi di fatto a disposizione dell’associazione mafiosa”.

    Sono due i sistemi che operavano in stretta collaborazione, in “una coesistenza sinergica della tradizionale area ‘militare’ con quella moderna “imprenditoriale”, coniugando vecchie e nuove modalità di azione, in grado di alimentare la capacità di infiltrazione della consorteria in una spirale potenzialmente senza fine”. Lo sottolinea la Corte di Appello di Bologna, sottolineando uno dei punti di forza dell’organizzazione al centro del processo Aemilia, concluso in secondo grado per 118 imputati con oltre 700 anni di condanne. “La cartina tornasole – si legge in sentenza – è rappresentata dalle numerosi riunioni che venivano organizzate per trattate di questioni e affari che riguardavano l’intero sodalizio e alle quali partecipavano indifferentemente tutti gli esponenti dell’associazione senza alcuna distinzione tra le posizioni dei sodali”.

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