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Cinquant’anni dopo, la terza liceale si ritrova e pubblica il suo ricordo del vecchio Galluppi

Un opuscolo stampato dalla terza C agli esami di Stato del 1971 riscopre professori indimenticabili e riviste scolastiche, purtroppo, dimenticate

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    Immanenza della sorte. Appena pochi giorni prima, rovistando tra le vecchie cose lasciate a depositarsi nei cassetti della casa avita, mi ero imbattuto in un quadernetto a righe spillato al dorso, copertina nera e bordo rosso. Sul frontespizio la mia scrittura giovanile corsiva e impostata per ben figurare al primo sguardo: “Appunti di letteratura greca. Professor Molica”. Non erano veri e propri appunti, per dire il vero. Erano, sono, invece vere e proprie lezioni che Francesco Molica, il mio insegnante di letteratura greca e latina nei tre anni di corso al Liceo Galluppi, leggeva dalla cattedra con ritmo lento e cadenzato, con il suo accento che presupponevamo più meridionale del nostro pur non avendo mai avuto l’ardire, perlomeno io, di chiederne l’origine vera.

    Erano vere e proprie dettature. Era ciò che il professore voleva sentire quando ci interrogava, noi in piedi, davanti a lui e a tutta la classe. Non sapevamo perché: avevamo un libro di testo di letteratura greca, scritto da un illustre accademico, Raffaele Cantarella, che poi era il padre dell’altrettanta illustre Eva, autrice di innumerevoli e apprezzatissimi saggi di storia antica. Ma al professore stava bene così, e anche a noi. Alcuni giorni fa mi è passato tra le mani un opuscolo formato A4 dalla copertina illustrata con pochi elementi grafici: un foglio di carta quadrettata, pastelli colorati, una sveglia a carica meccanica a indicare forse il tempo che va, appena sopra la foto della facciata del Convitto Galluppi ai giorni d’oggi, non recentissima perché le auto sono posteggiate col muso verso nord e, sopra di tutto, il titolo: “3^ C del Liceo Classico P. Galluppi 1971-2021 – 50 anni dopo”.

    Se sono qui a raccontarlo è perché ho aperto immediatamente l’opuscolo e l’ho sfogliato. Ho letto l’introduzione e la sua ragione. Sono passati 50 anni esatti dal luglio 1971, quando gli allievi della 3^ C del Liceo Classico Galluppi andava agli esami di Stato, esattamente due anni prima che un’altra 3^ C, e io stesso che la frequentavo, affrontasse lo stesso scoglio. A pagina 5 l’appello in ordine alfabetico degli studenti: da Abbruzzo Domenico a Viscido Lorenzo. Tutti maschi. Perché, come informa l’estensore anonimo della presentazione, era questa una delle due note distintive di quella classe. Era l’unica interamente maschile del liceo, fin dal ginnasio. Già per la mia, che seguiva di due anni, era diverso: rigorosamente mista, e d’altra parte era uno dei motivi che mi aveva fatto scegliere il liceo, garanzia del misto (scherzoooo…). L’altra distinzione era da ascrivere al fatto era una casse di pendolari, pochi catanzaresi e molti compagni provenienti dalla provincia. In questo perfettamente equiparabile alla 3^ C di due anni dopo. Un altro fattore di assoluta sovrapposizione tra le due classi, il corpo docente. Gli stessi nel ’71 e nel ’73.

    Nel libretto non c’è solo l’elenco, ma tutte le foto. Facebook in fondo è nato così. Prendo a prestito le parole della presentazione per presentarli. “Peppino Scalzo, tonante autore di epiche lezioni di letteratura da mandar obbligatoriamente a memoria. Francesco Molica, gentile e delicato interprete della cultura latine e greca. Mauro Nicotra, sublime docente di storia e filosofia, e grande maestro di vita. Ada Morica, vispissima insegnate di scienze votata alla totale insensibilità nostra a una materia ritenuta da noi superflua. Emilia Zinzi, autorità assoluta di storia dell’arte, che subì le nostre peggiori angherie, sostituita nell’ultimo anno dalla prof.ssa Scarazza. Don Giorgio Bonapace, insegnante di religione e icona del dialogo che formò tanti di noi all’impegno consapevole. Bruno Bruni, frizzante e giovanile professore di matematica, che sudò 4 camicie per trasmettere elementi algebrici in noi votati alla cultura classica, ma che conquistò la nostra simpatia per tante avventure fuori dalla classe. E infine i professori di educazione fisica, Giuseppe Talarico e Francesco Calaminici, che in una palestra riuscirono a conquistarci alle discipline sportive, soprattutto alla scherma, ma anche alla pallacanestro ed alla corsa, in cui alcuni di noi eccelsero”. Mi sono permesso di correggere il nome della sopravvenuta insegnante di storia dell’arte, nel libretto identificata come Caiazza, perché ne porto il ricordo indelebile, mentre la professoressa avrebbe potuto inserire nel suo curriculum di essere stata l’unica a riuscire nel rimandarmi a settembre in tutta la mia tranquilla carriera scolastica, con un bel tre rimediato in prima liceo, proprio la stessa estate di cui qui si tratta.

    Gli estensori, i maturandi del 1971, si sono ritrovati per celebrare il tondo anniversario. Come è capitato a tutti, hanno continuato gli studi fuori regione, non c’era ancora l’università in regione, molti sono rimasti fuori a lavorare, tutti si sono immersi nelle professioni e nelle famiglie, molti medici, qualche avvocato, qualche ingegnere e insegnante, molti dirigenti e funzionari della Pubblica amministrazione. Per gran parte si sono dispersi, qualcuno, purtroppo, non c’è più, così come se ne sono andati tutti i professori, con l’eccezione lodevole e notevole dell’ingegner Bruni che, anzi, ha voluto partecipare alla loro riunione. Non conosco personalmente che pochi dei miei colleghi maggiori, è più che probabile che li abbia incontrati più volte davanti scuola, o nelle infuocate assemblee che allora prendevano piede per organizzare scioperi e proteste, oppure nei convulsi dieci minuti di intervallo quando i due corridoi diventavano una casbah vociante e quasi incontrollabile. I cognomi mi sono tutti ovviamente noti, e di qualcuno ricordo qualcosa, anche la sensazione, pensandoci, bene, che facesse il filo a qualcuna delle mie compagne di scuola, con l’aria di sufficienza e l’improntitudine del ragazzo quasi maturo. Di sicuro tra di loro Bruzzese Beniamino, perché fratello del mio compagno Peppe, e De Marco Antonio, per tutti Tonino, perché l’ho più volte incontrato per le comuni frequentazioni istituzionali, sia pure in ambiti diversi, i suoi molto più prestigiosi dei miei.

    L’opuscolo, il libretto, il numero unico, insomma, consta di una quarantina di pagine ricche di foto, in bianco e nero per lo più. Qualche veduta del vecchio liceo, adesso occupato dal Convitto, qualche foglio di registro con le firme dei professori e le annotazioni degli assenti, addirittura i due edicolanti Paparazzo, signore e signora, sull’uscio della loro benemerita edicola. Poi, il frontespizio del bellissimo volume che il professore Ezio Galiano dedicò alla sua scuola, e le immagini sportive con il prof. Talarico attorniato dalla sua angelicata squadra di schermitori tra i quali non posso non riconoscere anche i miei compagni Stefano, Tonello e Salvatore. E, ancora, le classiche foto in villa Trieste, confrontate con i selfie di oggi. Il confronto, non rechino offesa le mie parole, è impietoso. (Scherzoooo…). E, infine, ci sono le chicche. Dei numeri unici delle due fanzine che la 3^ C 70/71 scrisse e pubblicò in quell’anno fondamentale, per loro e per molte cose che erano successe e stavano accadendo. Si chiamarono una “Galluppykon 70” e l’altra “Costaraba”. Che non era la versione estiva della prima, come farebbe supporre la testata. Semplicemente, supponiamo, per mere ragioni commerciali e anche paraculiste, considerato che il main sponsor della quarta di copertina era proprio la società che aveva costruito in quegli anni il celebre villaggio di Montauro e alla quale non era estraneo il professor Bruni.

    Galluppykon si apre con un editoriale dal titolo “La psicosi del crollo”. Era da poco accaduto che a seguito di forti piogge era crollato il muro del vecchio carcere su via Carlo V. Ci furono vittime, e si era diffusa la paura collettiva per la tenuta degli edifici pubblici, tra i quali ovviamente le scuole. Galluppykon così interveniva: “Non ci resta altro che fare i dovuti scongiuri, ed auspicare che le autorità locali competenti, finora volutamente disinteressate, prendano finalmente a cuore il problema dell’edificazione di un nuovo ed efficiente edificio atto a soddisfare le esigenze di studenti e professori, e che per il momento, provvedano a rendere almeno igienici e d abitabili la centrale e le succursali del Galluppi”.

    Notare la compostezza dello stile unita all’efficacia della perorazione, considerato che, da lì a qualche anno, il nuovo Liceo sarebbe sorto al posto di una bella palazzina liberty vicino a Villa Pepe. Galluppykon dà sfoggio di versatilità e bella scrittura. Ci sono commenti pensosi e che si fa fatica immaginare pugno di giovani neanche diciottenni, come Tonino Dell’Apa e Matteo Caridi che firmano a quattro mani “L’impegno politico dei giovani”, oppure Bruno Calabretta (oggi docente di Patologia generale e clinica all’università di Modena e Reggio Emilia) in “Inattivismo di casa nostra: ACCUSA!”, dove a un certo punto scrive. “Se il “Sud” è povero, la colpa è forse dei nordisti? A mio avviso il punto è un altro… Siamo fiacchi a casa nostra, accusiamo i tutori dei nostri interessi ed accusiamo noi stessi. Così un’altra piaga del Meridione è la classe dirigente con i suoi onorevoli e signorotti, gli uni pratici soltanto nell’ investire i loro capitali al Nord, gli altri riprovevoli per l’accortezza con cui si servono di agevolazioni concesse dallo stato alle iniziative private nelle zone sottosviluppate, per costruirsi feudi di stampo medievale”.

    Poi ci sarebbero poesie a firme diverse, alcune delle quali addirittura firmate Tonino De Marco, del quale però vogliamo qui ricordare solo una spassosa cronaca, inventata ma non tanto, di un collegio docenti presieduto dal mitico preside Livio Cancellieri, che ho sempre ricordato con sigaro in bocca e Treccani alle spalle. Al collegio è accorso tutto il corpo docente “avendo frainteso il significato di invito a una tavola rotonda con un invito a una tavola imbandita, cioè a cena”. Nel fitto e fantasmagorico dialogo a più voci che segue, intervengono in ordine sparso, oltre a tutti i docenti che abbiamo prima nominato, anche i professori Voci, Riolo, Morello, Bartone, Galiano, Sacco, Ameduri, Procopio, Mastroianni: Tanto per ricordare di che pasta era fatto il corpo docente del Liceo classico Galluppi. Ma la figura che emerge in modo prepotente dalla cronaca resa da De Marco è quella del bidello Mercurio che irrompe nella riunione quando il preside Cancellieri ha appena detto, sconsolato, che “è da tempo ormai che non si sa chi comandi più al Galluppi”. Bidello Mercurio (accorrendo di corsa dal corridoio): “Se permettete, credo che questo non sia esatto”. Prof. Galiano: “Giusto, Mercurio! Scusate se avevamo dimenticato le vostre mansioni”.

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