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Geppino Martino, il grande catanzarese innamorato del Catanzaro

"Accanto al feretro nessun rappresentante del Catanzaro e di Catanzaro. Neppure un gonfalone del bel colore giallorosso e della Provincia"

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    di Franco Cimino 

    Con Geppino Martino è andato via uno dei pochissimi catanzaresi autentici rimasti a testimoniare, con coerenza di stile e comportamenti da gentiluomo, del valore della Catanzaro antica, la Catanzaro bella. Quella Città, cioè, rispettata ovunque e che nel resto del Paese riceveva affetto e simpatia. Anche nella Calabria dominata dalle rivalità campanilistiche, dal suo vento la Città si faceva portare attenzione e quasi un timore reverenziale, che le consentiva di essere riconosciuta, capoluogo o no, guida politica della regione.

    È stato detto già tutto di lui in queste ore, taluni con accenti poetici assai commoventi. Del medico attento e preparato, soprattutto generoso, si è detto. Dell’uomo di cultura profonda, anche umanistica, si è detto. Della persona fine ed elegante, soprattutto nell’originalità del suo abbigliarsi, che metteva insieme, come un lord inglese, stile classico e modernità sportiva da far invidiosa ai più celebrati stilisti, è stato, in qualche modo, pure detto. Del suo lunghissimo, identitario, rapporto con il Catanzaro, la sua squadra del cuore per sempre, del suo protagonismo nelle stagioni tutte esaltanti, le sue, che lo facevano, in tutt’uno, medico sociale, dodicesimo giocatore in campo, allenatore di sostegno, presidente aggiunto, pure con il mitico Presidentissimo, rassicurante, accompagnatore della squadra, tifoso acceso della curva, dei distinti e delle tribune, anche di tutto si è detto quasi tutto.

    Poco si è detto, però, della sua autentica catanzaresità. Ossia, di quel suo amore profondo che lo legava come un aristocratico apparentemente distaccato, un popolano passionale, un abitante di quartiere( da Pontegrande a Marina), un intellettuale del centro storico, un cittadino “ inca…volato” e deluso per il progressivo indebolirsi del capoluogo. Di questo catanzarese che con finezza, eleganza ed educazione, non faceva mai mancare la sua protesta(con proposta) per la bellezza continuamente violata all’interno del territorio cittadino e, in particolare, per la progressiva perdita di ruolo e di prestigio della “sua Città” nel contesto sia regionale che nazionale, non si dice né tanto né con forza.

    Va detto, invece, che per questo amore, oltre che per la sua educazione civile o civica che si nutre del rispetto “religioso” delle istituzioni, e non certo per carrierismo personale, che ad inizio del terzo millennio si candidò con successo enorme alla presidenza della Provincia. In un periodo molto difficile, non solo per le rotture tra e dentro i partiti, ma per i contrasti molto forti fra territori, in particolare tra Catanzaro e Lamezia, egli svolse con intelligenza, onore e dignità, il ruolo di presidente. Lo svolse impiegando, idee avanzate e coraggiose e, anche qui, uno stile improntato al dialogo e al rispetto di tutti. Del Consiglio e degli avversari, in particolar modo. Di questi amori accessi e di questo articolato servizio reso, in nome della sua Città, alla squadra di calcio e alle istituzioni, non si è vista alcuna simbologia della memoria riconoscente nel momento più solenne della sua partenza verso l’infinito. Accanto al feretro nessun rappresentante del Catanzaro e di Catanzaro. Neppure un gonfalone del bel colore giallorosso e della Provincia.

    Non è la prima volta che nella nostra realtà accadono distrazioni di questo genere. Io le considero dolorose, perché è nella dimenticanza del valore dei propri cittadini che cresce e si stabilizza quella dimenticanza di sé in quanto comunità , che progressivamente fa di una città un non luogo, una non presenza, dimentichi del proprio vissuto. Sta qui una delle più profonde ragioni del distacco tra istituzioni e popolazione e, in questo contesto, tra gli stessi cittadini che perdono il senso di appartenenza. E quel sentimento antico di fratellanza che un tempo addolorava tutti quando uno del luogo ci abbandonava. Per partire lontano. A lavorare. Più lontano ancora di ogni punto lontano. A danzare nel Cielo della piena felicità. Geppino Martino è andato proprio in questo posto. Di noi si è portato, oltre all’amore sconfinato di figli e nipoti, quella corona bellissima di rose gialle e rosse, timidamente carezzata da un nastro pure giallo e rosso con su scritti i nomi di Banelli, Silipo, Braca, Pellizzaro, Novembre, Palanca, Arbitrio, Ranieri, Nicolini, Spelta. I suoi ragazzi.

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