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Il nuovo vescovo nella crisi della città e nella sofferenza della nostra chiesa particolare

Il pensiero di Franco Cimino sul nuovo arcivescovo

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    di Franco Cimino

    Io sono un padre, un professore, un cittadino, parlo e scrivo tanto e tra le mie passioni mantengo intatta quella della Politica. Tra i miei amori rafforzo continuamente, come si fa con i figli, quello per la mia Città dentro il primordiale per la mia Terra. La nostra Città, Catanzaro, la Terra di tutti, la Calabria. Tutto senza dimenticare i miei ragazzi per sempre nella mia Scuola sempre buona. Tra i miei pregi “difettosi”, resiste la mia fede nel Dio della religione cattolica e la mia adesione alla sua Chiesa. È una fortuna avere la fede, come lo è, anche se un po’ meno, nutrire un saldo ideale. Credere in un’idea alta o Assoluta è una fortuna, un privilegio. Ma anche una sofferenza, perché mantenersene degni costa. E molto. Costa, per esempio, rinunce e contraddizioni.

    L’ideale e l’Assoluto si nutrono di perfezione e questa non è degli esseri umani. Solo che gli uomini ne approfittano e con la propria “imperfettibiltà” giocano a professarsi in un modo e a comportarsi in un altro assai differente. Questa mia condizione mi porta a essere insieme laico e uomo di fede. Ma “difettoso” lo sono più nella seconda che non nella prima. La Politica mi aiuta a vivere la mia laicità con più fermezza e coerenza e anche a sostenere l’idea che Catanzaro abbia da sempre una sua forza proprio nella buona coabitazione tra la Fede, e dei suoi culti e la Politica, con i suoi riti e le sue tradizioni. Mi piace molto una Città che sia parimenti cattolica e laica. In essa ci trovo il massimo dell’apertura agli altri ( altre religioni, altre culture, altre identità, le diversità tutte).

    Una città così è degna di essere il capoluogo della regione. Più che per le altre ragioni o qualità, centralità territoriale fra tutte, è la Democrazia che le conferisce grandezza e pienezza di dignità. Ambiente, paesaggio, difesa del territorio e di ogni antica monumentalità, le disegnano il volto bello e pulito, mentre la cultura la nutre di quella natura sensibile che si fa anima, conoscenza, narrazione di sé. Per questo da sempre agevolmente affermo, senza timori di ironie e polemiche, che Catanzaro sia la città più bella del mondo. Altri e ben qualificati osservatori, catanzaresi veraci tra questi, sostengono il contrario. E non hanno torto.

    Apparentemente le mie contraddizioni si muovono pure nella logica. Ma in questo caso forse non è così. Catanzaro resta sempre bellissima. Ma oggi non appare tale. È vero. Soffre. E tanto. Catanzaro soffre e si vede. È triste e spaventata. Sembra rinunciataria del suo spirito creativo antico e, a volte, anche rassegnata. Le coraggiose iniziative imprenditoriali realizzate, appartengono tutte al coraggio appunto di quegli imprenditori. Lo stesso si potrebbe dire delle numerose attività culturali in programmazione. Tuttavia, esse si muovono tutte al di fuori del contesto e rischiano, senza un raccordo unificante e un progetto-città alto e innovativo, di illuminarsi di rapide fiammate e poi di caricarsi il peso complessivo della crisi della nostra realtà. Una crisi profonda, che muove da lontano e trova proprio nei due ambiti della sua forza culturale e morale la sua più emblematica sofferenza e una ben precisa complessità d’azione.

    Quelle due realtà, la Chiesa locale e il mondo dell’articolata laicità, istituzioni religiose e istituzioni politiche, che hanno vissuto fianco a fianco, collaborando, fieri della loro robustezza e forti del consenso popolare, sono in crisi. La Città ne subisce le gravi conseguenze di cui ho detto sopra. Catanzaro sconta maggiormente la profonda divisione intervenuta, e lungamente mossasi sotto la sua pelle e le sue carni, nel mondo della Chiesa e in quello della politica, delle professioni e della cultura. Divisioni anche, e non di poco conto, all’interno dell’articolato mondo della Giurisdizione. Oggi, una di queste, forse la importante per il sentire popolare, la Chiesa, ha tentato di dare una risposta alla sua inquietudine, alle sue contraddizioni, alla sua sofferenza “nascosta”. Dopo la scomparsa di due preziosi riferimenti, il vescovo santo, padre e maestro della Città, mons. Antonio Cantisani, scomparso “ improvvisamente” e ancora giovane con i suoi novantacinque anni, e quella di una personalità molto amata e stimata, l’arcivescovo Vincenzo Bertolone, partito “improvvisamente”, e troppo prima del suo previsto naturale commiato, il Papa ha nominato il nuovo presule.

    È mons. Claudio Maniago, oggi poco più che sessantenne, ma vescovo da molti anni, essendolo diventato, per volontà di Giovanni Paolo Secondo, che era molto giovane. Addirittura, il più giovane d’Italia, record che forse ancora mantiene. Nato e vissuto a lungo in una grande città e in una importante regione, Firenze e la Toscana e, per incarichi importanti nella Curia, a Roma, da noi arriva da una diocesi piccola e periferica, Castellaneta. Le prime foto e le prime immagini che hanno fatto il giro del web, con il commosso saluto, nel pianto, rivolto insieme alle due chiese locali, ci mostrano un uomo robusto, in tutti i sensi, sensibile, ma da interpretare, però, vivendolo al di là del suo profilo storico e delle biografie ufficiali e non. Francamente, da Francesco mi aspettavo un altro tipo di vescovo, molto più aderente alla figura di quelli nominati durante il suo pontificato. Ma il Pontefice conosce bene la nostra diocesi, la realtà umana e sociale del territorio che la comprende. Conosce la Calabria, il suo valore, i suoi problemi, la sua grandezza e le sue contraddizioni. Conosce le nostre divisioni e la sofferenza della Chiesa di Catanzaro-Squillace e i difficili e complessi problemi che in essa insistono.

    Egli sa. Pertanto, ha deciso secondo coscienza e conoscenza. Il nuovo Vescovo, credo, verrà con una Sua “preghiera” ben precisa. È facile immaginarla, perché è la stessa che Francesco rivolge a tutti noi. E quando dico noi, intendo rifermi a tutta la collettività, quella cattolica e quella laica, non credenti compresi. E questa: essere uniti, correggere gli errori e superare superbie, gelosie, invidie ed egoismi; essere umili e generosi con se stessi e gli altri; sconfiggere personalismi e carrierismi sfrenati e tutte le tentazioni bellicose che li sostengono. Questa “ preghiera ordinativa” ci chiede di mettere quel che sta in alto rispetto a noi esseri umani e cittadini (Dio per i credenti, le istituzioni per tutti, il bene comune per ciascuno), sopra ogni cosa. Sopra il nostro interesse particolare. Ché di chiesa, cioè di comunità unita, organizzata, ha bisogno Catanzaro in tutte le sue realtà è articolazioni. E, soprattutto, in quella, laicamente più solenne, del suo essere Città. La più bella, perché la più sana.

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