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‘Ndrangheta: presunte pressioni rivolte al collaboratore di giustizia, chieste cinque condanne

Il processo riprenderà il prossimo 31 gennaio con gli interventi delle difese e la sentenza

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    Il pm della Dda di Catanzaro Andrea Buzzelli, ha chiesto 5 condanne e due assoluzioni a conclusione della requisitoria nel processo con rito ordinario per le presunte pressioni rivolte al collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso dai propri familiari. Pressioni che sarebbero consistite nell’indurre il giovane a ritrattare le proprie dichiarazioni con gli investigatori della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro.

    Il pm ha chiesto 7 anni per Giuseppe Mancuso, fratello del pentito; 3 anni e sei mesi per Giovanna Del Vecchio e Pantaleone Mancuso, alias “l’Ingegnere”, genitori del collaboratore; 2 anni e sei mesi per Desiree Mancuso e Rosaria Del Vecchio, rispettivamente sorella e zia del giovane; assoluzione invece per Giuseppe Pititto e Antonino Maccarone.  Il processo riprenderà il prossimo 31 gennaio con gli interventi delle difese e la sentenza.

    Il processo in abbreviato si è concluso il 7 marzo scorso con due condanne: quella a carico dell’ex compagna di Emanuele Mancuso, Nensy Chimirri, a 4 anni, e di Francesco Pugliese a sei anni di reclusione. I provvedimenti dell’autorità giudiziaria erano scattati esattamente due anni fa, con gli imputati che sono chiamati a rispondere a vario titolo di violenza privata, tentata violenza privata, reati in materia di detenzione di armi, induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, evasione, favoreggiamento personale, procurata inosservanza di pena.

    L’arma utilizzata dalla famiglia Mancuso per tentare di dissuadere Emanuele Mancuso (assistito dall’avvocato Antonia Nicolini) dai suoi propositi di collaborare con la giustizia, secondo la Dda, sarebbe stata la figlia nata da poco. La minaccia, infatti, sarebbe stata quella di non fare più vedere la piccola al papà. Il messaggio era impresso su una fotografia che ritraeva la piccola in braccio allo zio, mentre la compagna gli scriveva: “Puoi tornare indietro, io ci sarò, come tutti”. L’intento di fare recedere il collaboratore sarebbe riuscito ai Mancuso per un brevissimo periodo di tempo: dal 20 maggio 2019 al 27 maggio successivo, quando il giovane era stato di nuovo interrogato chiedendo di rientrare nel programma di protezione.

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