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Primo maggio, quel giorno lungo due anni

La riflessione di un medico del Sant’Anna che, pur non catanzarese, è rimasto e ha lottato

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    di Alessandro Testa*

    Maggio porta con sé il profumo della primavera, le arie umide e calde che promettono l’estate ma chiedono di aspettare, di essere pazienti verso la natura che ha ancora il sonno dell’inverno da cui scuotersi. Il primo dei giorni di questo mese pieno di significati porta con sé anche il dovere di riflettere su cosa ci caratterizza come esseri umani.

    È dall’alba dell’umanità che ci interroghiamo sul lavoro: Esiodo, e dopo di lui i poeti gemelli, Virgilio e Orazio, descrivevano l’età dell’oro come il tempo in cui la terra dava spontaneamente i propri frutti e non era necessario alcun confine ai campi. Questa specie di comunismo letterario, dei quali i poeti latini non erano ovviamente consapevoli ma che caldeggiano con toni quasi sovietici, preconizzando l’arrivo dell’uomo capace di riportare il mondo all’età aurea, dimostra quanto il lavoro (la sua necessità o la sua inutilità quali discrimini di una vita felice) sia centrale e ineludibile nei nostri giorni di vita sul pianeta. E celebrare il primo maggio rimane uno dei pochi punti che popoli lontani e diversi sparsi nei continenti hanno per sentirsi comunità.

    Rimpicciolendo la prospettiva e limitando lo sguardo al dolce panorama del golfo di Squillace, la parola lavoro acquista il retrogusto amaro della sua mancanza, e a poco vale la memoria della quarta ecloga di Virgilio o degli epodi oraziani se per molti, troppi esseri umani quel panorama, il mare sul quale incombe selvaggia la montagna silana coi suoi boschi fitti, deve diventare memoria, nostalgia, tristezza. Ancor più amaro è il sapore per chi resta e si confronta con le macerie: trovare lavoro è difficile, e quando lo si trova è spesso in forma precaria: precaria, non flessibile che significa ben altra cosa. E se è precario il lavoro, come può formarsi la base di un’esistenza dignitosa?

    Non tocca a me discuterne, ma tocca a tutti noi cittadini far sì che lo stato e le sue deputazioni periferiche, politiche e amministrative, si impegnino per cambiare. La nostra opera è fondamentale giacché l’attivismo civico resta l’unico pungolo a chi amministra; farsi sentire, essere presenti, manifestare, protestare, proporre, proporsi. Ecco cosa ci tocca ricordare, nel primo giorno del mese delle rose. Per farlo, però, è necessario che siamo noi stessi a farci cambiamento e proposta perché se non ambiano le nostre abitudini come può cambiare ciò che ci circonda?

    In un tessuto fatto di nodi e smagliature, cambiare può essere opera improba: laddove vige la legge dell’amico, se conta di chi sei figlio più del tuo curriculum, quando il ricorso alle vie oblique per ovviare alle mancanze dell’assistenza sanitaria ci pone davanti agli altri e ci connota per egoismo, la lotta e il senso del primo maggio si fanno più pregnanti.
    Negli ultimi due anni ho sperimentato, da professionista della medicina, cosa voglia dire per una persona perdere il lavoro e ritrovarsi suo malgrado a farlo sapere al mondo circostante. Giornate vuote, dignità ferita, senso di inferiorità e invidia per chi si affatica nella routine quotidiana diventano i compagni inseparabili dal risveglio al sonno e spesso il sono lo tolgono. In questi due anni, lottando in prima fila insieme con lavoratori come me contro le vie oblique e sotterranee di cui sopra mi sono ritrovato a chiedermi a cosa servissero la fatica, le urla, la ricerca della visibilità e della platea quando una semplice telefonata avrebbe risolto il mio problema.

    Sono a Catanzaro da dieci anni e ho imparato, con fatica e impegno, ad amarla: non è la mia città, non inseguo nelle sue strade i ricordi dell’infanzia e non spuntano dalla terra le radici del mio essere che sono altrove ma è pur sempre il mio contesto sociale e umano. Qui le amicizie, gli affetti, qualche delusione e tante persone incredibilmente belle e gentili.
    E allora quella telefonata non l’ho fatta.

    Rimanere, aspettare, sperare, lottare, penare, piangere, sospirare. Verbi coniugati troppo spesso con i miei compagni di lotta e di lavoro cui mi uniscono le cicatrici e i racconti dei reduci. Il nostro primo maggio è un giorno lungo due anni senza concertone né bandiere, fatto di orgoglio e consapevolezza.

    Senza volerlo, senza saperlo abbiamo scritto la nostra quarta ecloga perché, nel ciclico inseguirsi delle epoche, tornasse per noi l’età dell’oro che è quella del lavoro ritrovato. Ovidio lo scrive e le sue parole sono oggi ancora più attuali e care.
    Fiorì per prima l’età dell’oro; spontaneamente, senza bisogno di giustizieri, senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà e la rettitudine.

    Auguri a tutti i lavoratori affinché dal 2 maggio lealtà e rettitudine prevalgano, siano apprezzate. È questo il nostro oro.
    *cardiochirurgo Sant’Anna Hospital

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