Addio ad Andrea Cuomo, il “mago dei treni”
Storico addetto dell’agenzia viaggi Tauro D’Elia
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Sembrava che stesse lì soltanto a stampare biglietti. Un gesto quotidiano, quasi ordinario, quando ancora i biglietti del treno si stampavano davvero e dietro un viaggio c’era spesso il volto di qualcuno capace di trasformare una richiesta urgente in una soluzione possibile.
Nella storica agenzia di viaggi D’Elia Tauro, Andrea Cuomo era diventato il “mago” dei treni. Quello che, quando l’emergenza lo imponeva, sembrava riuscire a inventarsi nuove corse, trovare coincidenze improbabili, scovare tariffe e possibilità che agli altri parevano semplicemente non esistere.
Ma Andrea non era soltanto questo.
Era una presenza discreta, silenziosa ma mai silente. Un uomo che sapeva ascoltare. Raccoglieva storie e confidenze, risolveva problemi, accompagnava le persone nelle loro partenze e, in qualche modo, finiva per accompagnarle anche nei pezzi di vita che venivano dopo.
Sempre un passo indietro, senza bisogno di stare al centro della scena. E sempre con un sorriso pronto, quasi fosse il suo modo naturale di stare accanto agli altri.
Negli ultimi anni era diventato una presenza familiare lungo corso Mazzini. Passeggiava e riconosceva praticamente tutti. Volti incontrati magari anni prima in agenzia, persone per le quali aveva stampato un biglietto, organizzato un viaggio, trovato una soluzione.
E non si limitava a riconoscerle.
Chiedeva.
“Come è andato quel viaggio?” “Come stanno i tuoi?” “E poi, com’è finita quella storia?”
Perché Andrea ricordava. Ricordava le persone, le loro partenze, i loro ritorni, le loro preoccupazioni, le loro gioie. E così, nel tempo, aveva costruito un intreccio invisibile di vite, sentimenti ed emozioni che attraversava la città.
C’è una memoria che non finisce negli archivi, non viene custodita nei libri e non compare nelle fotografie ufficiali. È quella fatta di persone che, semplicemente, hanno fatto parte della vita degli altri.
Andrea Cuomo apparteneva a questa memoria.
E oggi che non c’è più, passeggiando lungo corso Mazzini, ci sarà probabilmente qualcuno che rallenterà davanti a quella panchina e avrà l’istinto di cercarlo con gli occhi.
Mancherà un sorriso. Mancherà una voce. Mancheranno quelle domande che raccontavano un interesse autentico per la vita degli altri.
E mancherà soprattutto un pezzo della memoria di questa città.
Perché certi uomini non hanno bisogno di monumenti per lasciare un segno.