Basso profilo, false fatture e società cartiere: così i clan penetravano nell’economia
Le motivazioni della sentenza d’appello ricostruiscono il ruolo attribuito agli imprenditori Antonio Gallo e Umberto Gigliotta e il sistema utilizzato per evasione, riciclaggio e finanziamento degli affari illeciti
Più informazioni su

Non soltanto un sistema per evadere il fisco e riciclare denaro, ma uno strumento attraverso il quale alimentare gli affari delle cosche e rafforzarne la presenza nell’economia legale. È il quadro delineato dai giudici della Corte d’Appello di Catanzaro nelle motivazioni della sentenza del processo “Basso profilo”, con particolare riferimento alle false fatture emesse dalle società cartiere.
Secondo quanto riportato nella sentenza, quel meccanismo sarebbe servito a «foraggiare e avvantaggiare l’unitaria organizzazione della ’ndrangheta operante sul territorio della provincia di Crotone».
Il processo d’appello si è concluso il 24 febbraio 2026 con 29 condanne e 11 assoluzioni. L’inchiesta, condotta dalla Dia e coordinata dalla Dda di Catanzaro, aveva portato nel gennaio del 2021 alla luce i rapporti tra alcuni imprenditori del Catanzarese e le cosche della ’ndrangheta operanti nella provincia di Crotone.
Al centro della ricostruzione giudiziaria figurano due imprenditori: Antonio Gallo, per il quale la condanna è stata ridotta da 30 a 26 anni, e Umberto Gigliotta, condannato a 20 anni e quattro mesi.
Gallo, imprenditore leader nel settore dell’antinfortunistica, è stato ritenuto una “cerniera” tra il mondo criminale, quello imprenditoriale e il livello politico-istituzionale. Gigliotta, invece, è accusato di essere stato l’imprenditore di riferimento del clan Trapasso.
Per i giudici della Corte d’Appello, Gallo è l’imprenditore che, «grazie agli stabili, profondi e trasversali rapporti sinallagmatici intrattenuti con i più importanti organi di vertice delle cosche mafiose operanti nella vasta zona geografica che comprende i Comuni di Catanzaro, Sellia Marina, Roccabernarda, Mesoraca e Cutro e alla conseguente condizione di “tranquillità e protezione” di cui ha goduto, ha realizzato un vero e proprio impero economico».
Una posizione che gli avrebbe conferito, secondo la sentenza, «un’aura di intoccabilità», rendendolo un sodale «potente e spregiudicato, sempre pronto ad assicurare ingenti e stabili flussi economici, elargiti sotto varie forme, unitamente ad altri importanti benefici». Tra questi, i giudici indicano l’accesso, a condizioni particolarmente vantaggiose, «all’illecito e fraudolento sistema delle società cartiere che emettono fatture per operazioni inesistenti».
Secondo la ricostruzione della Corte, Gallo non si sarebbe limitato a mettersi a disposizione delle più potenti cosche operanti sul territorio calabrese, ma sarebbe stato scelto dai loro vertici «nell’ambito di un progetto unitario e condiviso per penetrare il tessuto economico del territorio».
L’obiettivo sarebbe stato quello di monopolizzare un settore imprenditoriale considerato particolarmente redditizio, quello della fornitura dei prodotti antinfortunistici, e contemporaneamente gestire, nell’interesse delle cosche, società cartiere utilizzate per emettere fatture relative a operazioni inesistenti, traendone «conseguenti e rilevantissimi introiti».
Le motivazioni della sentenza confermano così come le false fatture siano diventate non soltanto uno strumento di evasione fiscale e riciclaggio, ma anche uno dei business più lucrativi e redditizi per la criminalità organizzata.
Una struttura e una finalità analoghe vengono attribuite dai giudici all’associazione costituita e organizzata da Gigliotta, nata «allo scopo di riciclare, grazie al meccanismo delle fatture per operazioni inesistenti, gli illeciti capitali di cui dispone la cosca Trapasso». Capitali che sarebbero stati impiegati dallo stesso Gigliotta anche in investimenti immobiliari e per finanziare operazioni usurarie.
Due associazioni distinte, dunque, ma accomunate da un’unica finalità. Secondo i giudici della Corte d’Appello, «uno dei più significativi approdi probatori consegnati da questo processo è la conferma della “unitaria organizzazione della ’ndrangheta calabrese”».
Non una teoria astratta, si legge nelle motivazioni, ma una «realtà concreta», che troverebbe conferma proprio nella figura di Gallo e, in particolare, nella sua trasversale capacità «di essere il trait d’union delle organizzazioni operanti nel territorio, l’interlocutore qualificato e potente delle medesime organizzazioni».
Le cosche si sarebbero avvalse di lui e delle sue attività imprenditoriali, lecite e illecite, per penetrare il tessuto economico e sociale, gestire secondo i propri interessi il redditizio business delle cartiere e, in definitiva, «mantenere sul territorio un dominio assoluto e incontrastato».
Nel collegio difensivo figurano gli avvocati Sergio Rotundo, Nicola Cantafora, Massimo Ermenegildo Scuteri, Salvatore Staiano, Vincenzo Cicino, Vincenzo Varano, Eugenio Perrone, Gregorio Viscomi, Enzo Ioppoli, Angela La Gamma, Fabrizio Costarella, Luigi Falcone, Valerio Murgano, Francesco Iacopino, Vittorio Ranieri e Piero Mancuso.