David Garrett: chiusura dai grandi numeri all’Armonie d’Arte Festival

Duemila persone allo Scolacium, forse di più, per uno spettacolo che ha spiazzato parte del pubblico

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    di Carmen Loiacono

    In molti si aspettavano qualcosina in più in chiave crossover – è per quello che il musicista tedesco è famoso ai più -, eppure il programma parlava chiaro, duo pianoforte-violino per un repertorio classico. Così l’attesissima serata con il concerto di David Garrett al Parco Scolacium per la chiusura dell’edizione 2017 del Festival Armonie d’arte non ha potuto non dividersi in chiari e scuri.
    Complice una comunicazione indiana sull’eventualità di aggiunte in chiave moderna – se così possiamo dire -, il nutrito parterre che ha contato ufficialmente 2mila presenze, ma forse c’era pure qualcosa in più, è rimasto spiazzato di fronte a un programma eccezionale, ma non per tutti. Decisamente. Se non ci fosse stato David Garrett sul palcoscenico, difficilmente – molto difficilmente – un duo pianoforte e violino avrebbe potuto attirare simili numeri, ma tant’è.
    Garrett è un musicista che nel corso degli anni ha dovuto reinventarsi pur di rimanere sulla cresta dell’onda, perché viviamo in un’epoca in cui la musica classica da sola non basta: enfant prodige, raggiunta l’adolescenza e quindi divenuto meno “prodige”, ha deciso di scendere – un pochetto non tantissimo – a compromessi con il mercato. E’ diventato biondo e palestrato, ha giocato con la moda – ha pure osato qualche passerella e set -, ha virato verso un’offerta piaciona che strizzava l’occhio alla musica leggera, proposta su Guadagnini e Stradivari, ha rotto gli schemi dapprima in Germania, poi alla conquista degli States. Star system e gossip da strapazzo a parte – rientrano nel gioco – è sempre stato un violinista vecchia maniera che pure è entrato nel Guinness per la velocità di esecuzione del Volo del calabrone di Rimskij-Korsakov, e i panni del belloccio che attira le masse gli sono stati sempre un po’ stretti. Così non ha mai abbandonato la sua naturale inclinazione alla musica con la “m” maiuscola, non rinnegando le sue scelte, ma cercando di coniugarle. Ecco allora, un quasi quarantenne in jeans e T-shirt con uno Stradivari in mano, accompagnato da un pianista non da poco, Julien Quentin, inevitabilmente in ombra, a raccontare la sua formazione musicale, quella che ha definito la colonna sonora della sua vita, in un concerto di circa due ore, in cui ha illustrato tutti i brani previsti, soffermandosi sulle figure dei violinisti che più lo hanno influenzato, sui suoi maestri, e alcuni amici. Il concerto di per sé, è stato davvero da lasciare senza fiato: da brani più noti come la Sonata per violino e pianoforte di Franck alla Ciarda di Monti, passando per lo stesso Rimskij-Korsakov, Garrett e Quentin hanno deliziato con Wieniawski (la celebre Légende e  la Polonaise op.4), Corelli, Beethoven, Prokofiev e ancora Dvorak e Tchaikowskij. Una serie di omaggi e dediche, quella di David Garrett che ha diviso l’esibizione in due parti: una prima interamente con Franck e la Légende di Wieniawski, una seconda con estratti, solo brevi movimenti, secondo le versioni di altri celebri violinisti come Kreisler (Corelli e Beethoven) o Nathan Milstein (Prokofiev), quindi dai ritmi decisamente più sostenuti.
    Peccato che il pubblico abbia dimostrato un certo entusiasmo – sintomo della speranza di un cambio di rotta – solo quando il musicista ha accennato a una eccessiva similitudine tra Dvorak e Viva la vida dei Coldplay: il disappunto di David Garrett, in questo momento è stato evidente. Così come lo è stato per l’eccessivo vento che soffiava fin dentro il microfono – e sì che noi ci siamo abituati -, sollevando la polvere del parco, che gli è entrata pure negli occhi, provocandogli bruciore per via delle lentine. E lo è stato ancora di più per la mancanza di dialogo con il pubblico: a dispetto della presenza di stranieri, pochi rispetto a quelli di italica provenienza, solo qualcuno riusciva a capire cosa dicesse il musicista dal palco. Più volte interpellati, i presenti non hanno bene interagito – affatto, diciamolo -, con molta probabilità più per questioni linguistiche che per timidezza. Il concerto si è chiuso con due encore, uno non previsto, la sua nota versione di Smooth criminal – il tedesco ha ceduto alle pressanti richieste -, uno in programma, il Tempo di minuetto dell’amato Fritz Kreisler. Poi Garrett e Quentin sono letteralmente scappati via: forse avevano fretta di cambiare le lenti a contatto.

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