Festival del Peperoncino, Chiara Giordano: ‘Polemiche improprie ed inopportune, di contro silenzi laddove ci sarebbe da essere costruttivi’

'La discussione- precisa il direttore artistico  di Armonie d'Arte festival - cade peraltro nella contingenza dell'esito del bando regionale che è l'espressione di una valutazione tecnica di esperti interni al settore cultura della Regione'

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    Riceviamo e pubblichiamo la nota di Chiara Giordano, direttore artistico di Armonie d’Arte Festival

    Come presidente e direttore artistico di Armonie d’Arte Festival, sento il bisogno di esprimere pubblicamente una riflessione sul Festival del Peperoncino di Diamante, creato e diretto da Enzo Monaco, soprattutto dopo la giostra di opinioni, e polemiche, delle ultime settimane.

    Innanzitutto trovo la discussione balzata alla cronaca una pratica inutile, impropria e inopportuna, come lo sport estremo fatto per noia, a meno che non si tratti, invece, di maldestri tentativi di strategie per “un posto al sole”, o per colpire questo o quel protagonista, diretto o indiretto, di tutta la situazione.

    Storie di ordinaria Calabria si direbbe! Ma poiché la storia è finita sui media nazionali, è proprio vero che ci sono tanti “calabresi nel mondo”, o amici dei calabresi e tutti straordinariamente eloquenti quando si tratti di intervenire con opinioni, recriminazioni di maniera o di parte, salvo poi ritornare nel più patologico silenzio quando sarebbe invece necessaria una parola di suggerimento costruttivo alla politica o, di contro, di serio dissenso per criticità, ma di sistema e non certo  su specifiche, e dunque strumentalizzabili, questioni. Senza, ovviamente, proporre uno straccio di idea per risolverle e, soprattutto, per creare un progetto condiviso o, fatto ancor più importante, attivarsi per sollecitare il mondo dell’impresa, regionale in primis e poi nazionale, a sostenere la Cultura come accade in tutta Italia, e le singole persone a frequentare di più e meglio spazi e proposte culturali.

    La polemica, peraltro, cade nella contingenza dell’esito del bando regionale che, al di là di valutazioni sulla bontà politica del bando medesimo, è l’espressione di una valutazione tecnica di esperti interni al settore cultura della regione (la cui buona fede e correttezza etica è peraltro testimoniata dal fatto che sono stati approvati o non approvati progetti indipendentemente dall’evidente appartenenza o meno alla parte politica che dirige la Regione).

    Ritengo, invece, che abbia senso porgere tre brevi spunti riflessioni, senza alcuna pretesa di giustezza, ma anche con la speranza di autorevolezza determinata dalla mia storia personale e da quella oggettiva del Festival che ho ideato e sviluppato.

    La prima riflessione: la Calabria ha innanzitutto bisogno di uomini credibili, onesti, operosi, che danno concretezza ed efficacia a progetti in grado di attivare un processo di internazionalizzazione, capaci di invertire l’immagine diffusamente negativa che la Calabria ancora ha nel mondo.

    La seconda riflessione: quando una realtà culturale, lungamente pluriennale, mantiene o cresce nel volume come nella qualità intrinseca e nel consenso di pubblico e soprattutto nella visibilità mediatica, quando raggiunge livelli internazionali con relazioni formalizzate e rapporti che esitano in attività, quando a monte c’è un ente che gode di stima e collaborazione ai più alti livelli del proprio settore d’intervento, oggettivamente e per portafoglio di contatti attivi, quando un Festival determina un tangibile e grande indotto per il territorio, quando un Festival ottiene da anni un sostegno privato ed altresì pubblico collocandosi sempre in posizione utile nelle varie graduatorie dei vari bandi (attraversando giunte regionali di ogni segno e dunque a prescindere dalle stesse), vuol semplicemente dire che vale.

    La terza riflessione: oggi qualunque realtà deve fare i conti con la globalizzazione della comunicazione.

    Dunque se sono garantite la qualità complessiva, la coerenza delle attività con la propria identità istituzionale e finalità progettuali, la correttezza e l’eticità delle condotte rispetto al pubblico, ai media e agli sponsor; e se è fatto salvo l’equilibrio tra contenuti di valore sostanziale e contenuti impattanti su largo pubblico per poterlo in qualche modo catturare e magari poi fidelizzare, allora ogni scelta diventa un’azione strategica, dunque legittima.

    In tal senso meglio sarebbe guardare, alla fine, al risultato complessivo e non fare ragionamenti che, sviluppati prima, sono strumentalizzazioni sterili o addirittura cattive.

    D’altra parte mi chiedo: perché mai i soldi pubblici della Tv pubblica – Rai, solo per esempio, finanziano soubrette, presentatori, programmi di ogni tipo ma anche dichiaratamente “leggeri” e di intrattenimento, e nessuno alza la voce come invece in occasione di un Festival antico, vivace, sano, di gran successo e anche molto colto seppur legato in modo connotativo al mondo della gastronomia?

    È perché mai si addebita ciò alla Regione che ha semplicemente valutato un progetto che, diciamolo, è davvero unico nel suo genere, di respiro davvero internazionale e con straordinario volume di pubblico e consistente sostegno mediatico nazionale? Non appare comprensibile.

    Così come appare doveroso far comprendere che è ignorantemente demagogico commentare la questione con frasi del tipo ” invece di fare ospedali o strade si spendono soldi per intrattenere con ….”.

    Ciò è per lo meno fuori luogo per 2 ragioni incontrovertibili: innanzitutto la popolazione deve sapere che in una programmazione pubblica organica, e ancor più quando i fondi sono di provenienza mista, è prevista una obbligatoria suddivisione sui vari settori di pubblica utilità e quei danari destinati ad un comparto non possono essere usati per un altro; ma soprattutto chiediamoci come sarebbe l’umanità se ci fossero solo strade ed ospedali, e se chiudessimo chiese e teatri, piazze e musei,  luoghi dello sport e dell’intrattenimento ?

    Forse saremmo tutti sani nel corpo ma infinitamente malati nello spirito, con una povertà immateriale che segnerebbe il passo di un’umanità triste e senza futuro.

    Dunque lunga vita al Festival del Peperoncino, esempio di cultura gioiosa e di lungimirante vitalità proficua per il territorio, e a tutti coloro che lo sostengono!

     

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