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La Calabria di Vito Teti raccontata da “Il paese interiore” foto

Il mediometraggio è diretto da Luca Calvetta, fotografia e montaggio sono di Massimiliano Curcio

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    Un film che tutti i calabresi dovrebbero vedere. E non solo loro. E’ “Il paese interiore”, il mediometraggio diretto da Luca Calvetta, disponibile da poco online (qui), che racconta l’opera dell’antropologo Vito Teti, originario di San Nicola da Crissa (Vv), «un paese che si avvia verso una lenta e inesorabile morte». Quello che lo studioso  e docente all’Unical ha da sempre fatto e continua fare, attraverso le sue pubblicazioni, è stato riportato con una delicatezza reverenziale su pellicola: ad essere protagonisti del film sono scorci di una Calabria a cavallo tra memorie, tradizioni e un futuro che può essere solo con il riscatto, la restituzione, del proprio passato, perché «abbiamo dimenticato le vicende, le storie, i dolori di coloro che ci hanno preceduto».

    Comincia con i tanti lumini della Processione degli abeti di Davoli, Il paese interiore di Luca Calvetta, quasi a mettere subito in chiaro che ciò che andremo a vedere sarà permeato dal magico, dall’arcano, che in Calabria sembra avvolgere ogni azione umana. Le immagini proseguono infatti alternando la durezza e l’asprezza di alcuni luoghi e attività alla dimensione onirica dei riti – per lo più pasquali –, alle feste patronali. In un contrapporsi continuo fra vecchio e nuovo, ruderi abbandonati ed edifici moderni, il racconto è affidato alla voce di Ascanio Celestini – presente nel video proprio nel ruolo di narratore -, e in uguale misura alle immagini di Massimiliano Curcio: con angolazioni insolite, talvolta sorprendenti, la macchina da presa sa indugiare su geometrie  e particolari snocciolando questioni profonde cardini dell’inquietudine «delle genti di Calabria». Calvetta ha tratto spunto da otto libri di Vito Teti, prendendone dei frammenti, riadattandoli e mettendoli insieme in una sorta di monologo scritto nel giro di qualche giorno, durante una vacanza sulla costa tirrenica. A questa prima parte dedicata anche al tracciare un profilo dello studioso Teti, è seguita la fase delle riprese che si sono affiancate a quelle di repertorio di Curcio, che ha curato la fotografia e il montaggio de Il paese interiore.

    Con i canti arbëreshe di Anna  Maria Civico, e le musiche di Agate Rollings, Il paese interiore racconta di melanconia, delusione, morte, emigrazione. Un aspetto, quest’ultimo, che seppure a diverso titolo Calvetta e Curcio conoscono: è «l’inizio del problema della propria identità – legge Celestini -. Non si è questo o quello, si è questo e quello, si resta e si fugge». Tutto appare provvisorio, tutto rinviato, pilastri e intonaci sembrano aspettare: «E’ il sentimento dell’incertezza che è diventato mentalità e ha fatto della Calabria la grande incompiuta».

    Luca Calvetta: è una scommessa, fuori da ogni logica commerciale

    «E’ un progetto personale – ci racconta il regista -, un breve film girato nel tempo libero e a costo zero, quasi senza mezzi. Nei primi giorni non avevano neppure un treppiedi, ma proprio i limiti imposti dalla realtà, dai luoghi, dalle timidezze, hanno innescato un ulteriore processo creativo. Sono stati fonti di ispirazione». L’intenzione, peraltro centrata, di Luca Calvetta è stata di «raccontare temi che superano la sola Calabria, per dire le nostre frammentate identità, la nostra memoria, il nostro legame col sacro e con la natura. Le nostre partenze – spiega -, e i ritorni, in luoghi sconosciuti, perfino. Il nostro avvenire, forse. Perché, come scrive Vito Teti, “ogni luogo contiene il mondo”».

    Lui, che non esita a definirsi un nomade – «o come direbbe Cioran un “apolide metafisico” -, con una vita trascorsa tra Roma, Parigi e Bruxelles, da sempre studia autori che condividono e indagano «queste identità multiple, come Proust, Gary, Derrida. E paradossalmente ho ritrovato questo universo proprio in Calabria, terra di origine di mio padre – diplomatico, nato a Serra San Bruno, ndr -, terra sempre precaria e in movimento, come dice Teti. Luogo di partenze e ritorni, come, seppure in un contesto diverso, è stata la mia vita». Qualche giorno fa Luca Calvetta ha deciso di fare circolare “Il paese interiore”  «fuori da ogni logica commerciale, perché fosse di chiunque desiderasse accoglierlo. Liberamente.  E la reazione spontanea delle persone ha superato ogni aspettativa. In migliaia l’hanno visto, con la sola forza del passaparola. In centinaia ci hanno scritto per esprimere le proprie emozioni, la propria gratitudine, per chiedere presentazioni in giro per l’Italia». Un piccolo miracolo, insomma: «Una grande gioia. Inattesa. E una scommessa anche, almeno in parte, vinta. Contro tutte le dinamiche di potere consuete e che desideravo respingere, almeno in questa esperienza. Solo cooperazione e condivisione. Contro l’idea che un linguaggio articolato sia necessariamente destinato a un pubblico ristretto, socialmente e culturalmente. E qui poetico e politico si sovrappongono».

    «La scrittura e la regia in fase di riprese e montaggio – ci tiene ad aggiungere per ultimo – non sarebbero state possibili senza la pazienza di Massimiliano Curcio, che ha seguito con professionalità ogni indicazione, ogni mia follia e intuizione con grande bravura, eseguendo al meglio ciò che immaginavo».

    Massimiliano Curcio: è stato un percorso interiore anche per me

    Soveratese, vive da tempo a Roma, dove ha un studio con due colleghi e amici nel quartiere Testaccio, pur lavorando in tutta Italia, dedicandosi professionalmente alle sue passioni per la fotografia, la videografia e il cinema: «Raccontare attraverso le immagini e i suoni – afferma – è per me un modo di stare al mondo, una necessità. “Il paese interiore” dal mio punto di vista rappresenta un viaggio possibile e personale per tutti gli spettatori, ma è stato un cammino interiore anche per me. Condiviso assieme ad un amico importante, mi ha offerto la possibilità di raccontare attraverso un percorso di immagini in chiaro-scuro, che iniziano nella notte per fine all’alba, una terra inquieta, meravigliosa e maltrattata, sfondo visivo di una riflessione più ampia e articolata, ben espressa dall’opera letteraria di Vito Teti».

    Alcune di queste porzioni di vita «sono state catturate in occasioni specifiche e conservate in archivio (la Naca, a Cumprunta, i Vattienti, i diavoli giganti del Palio di Ribusa) – spiega ancora, ammendo di sperare di lavorare un giorno per la fotografia di un film destinato al grande schermo -, ma il grosso del lavoro è frutto di un processo breve e intenso, desiderato e vissuto assieme a Luca, percorrendo oltre 10.000 chilometri di Calabria in meno di 30 giorni».

     

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