Il Decreto dell’ennesima discordia

Rinnovo e potenziamento del Decreto Calabria sono anche il frutto della lunga catena di contrapposizione tra le ultime Giunte regionali e il Governo, fino all’ultimissima forte contrapposizione annunciata dal facente funzioni Spirlì

Più informazioni su

    C’è un evidente tratto di congiunzione tra i due provvedimenti che il governo della Repubblica sta per varare e che riguardano la Calabria, uno specificamente ad essa indirizzato e l’altro in compresenza di altre regioni: il Decreto legge che proroga e amplifica il commissariamento della sanità regionale e il Dpcm che entro la serata o al massimo domani Giuseppe Conte emanerà includendola tra le Regioni a confinamento quasi completo.

    La correlazione tra i due atti sta proprio nel capoverso che apre la bozza che circola da ieri con la pretesa di essere la definitiva o quasi. Subito dopo il ricordo veloce che la pandemia è questione mondiale come da certificazione dell’Oms, è scritto che il decreto è emanato “ritenuta la straordinaria necessità e urgenza, anche in ragione della situazione emergenziale in corso, di prevedere per la Regione Calabria, misure eccezionali per garantire il rispetto dei livelli essenziali di assistenza (LEA) in ambito sanitario, di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione nonché per assicurare il fondamentale diritto alla salute attraverso il raggiungimento degli obiettivi previsti nei programmi operativi di prosecuzione del piano di rientro dai disavanzi sanitari”.

    Naturalmente, l’influenza tra le due situazioni, l’emergenza epidemiologica e il piano di rientro dai disavanzi sanitari, è biunivoca.

    Nel senso che anche il perdurare e l’amplificarsi del debito, nonostante i dieci anni di Ufficio apposito, è concausa all’inclusione della Calabria tra le più probabili candidate al lockdown duro e segmentato, appena dopo Lombardia e Piemonte, nonostante sia i dati assoluti di contagio e di impiego di intensive, sia l’indice di trasmissione (Rt) non la distacchino di molto da un’altra decina di regioni. È evidente che al ministero della Salute e al Comitato tecnico scientifico temono che il sistema sanitario calabrese non possa reggere l’urto di un ricorso massiccio alle cure ospedaliere qualora il virus morda ancora più voracemente, come sembra ormai più che probabile.

    Com’è ormai noto, la bozza che viene accreditata come definitiva presenta alcune significative varianti rispetto a quanto circolava solo poco ore prima. Innanzitutto sul piano finanziario, con l’aiuto che verrebbe ai conti della sanità regionale da tre tranche di 60 milioni per tre anni per comprimere l’immane debito accumulato, superiore ai 220 milioni. Ma anche sul piano più personalizzabile del governement.

    Fino all’individuazione del nuovo super commissario – sono a lui attribuite “le attività di gestione tecnico-amministrativa di rilevanza regionale, le funzioni di programmazione sanitaria e socio-sanitaria regionale finalizzate alla tempestiva attuazione del Programma Operativo 2019-2021 e del menzionato piano di rientro dai disavanzi sanitari, le procedure di appalto superiori alle soglie di rilevanza comunitaria”.

    Inoltre – si noti come quest’ultima attribuzione che dovrebbe essere la principale viene data come aggiuntiva – “il Commissario esercita tutti i poteri di gestione necessari per conseguire l’obiettivo del riequilibrio finanziario economico e contabile del Servizio sanitario regionale” – fino alla sua individuazione, dicevamo, rimane in carica l’attuale: non è proprio una manifestazione di sfiducia ad personam, anzi.

    E, infine, tra le disposizioni transitorie e finali, neanche fosse la magna Carta, arriva una sorta di Mose innalzato contro la prevista alta marea delle nomine regionali: “Sono in ogni caso revocate le procedure selettive dei direttori generali in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto. I direttori generali degli enti del servizio sanitario della Regione Calabria eventualmente nominati dalla Regione nei trenta giorni anteriori alla data di entrata in vigore del presente decreto cessano dalle loro funzioni dall’entrata in vigore del presente decreto”.

    Non è dato sapere se le aggiunte, di questo si tratta, siano frutto dei contatti tra Roma e Catanzaro, dopo che la giunta, avendo in mano la bozza, ha fatto sentire la sua voce nel tentativo di far valere le sue prerogative. La lunghissima seduta di giunta di ieri, protratta fino a sera inoltrata, si è a lungo dipanata sul discrimine tra collaborazione e rigetto di quanto veniva profilandosi all’orizzonte della sanità calabrese prossima futura. I provvedimenti del governo, se confermati, ma pare proprio non ci siano dubbi, sono frutto insieme di giudizi, e come tali suffragati da fatti, e di pregiudizi, con il loro portato straniante e deformante.

    Certo, l’alto indice di litigiosità portato all’attenzione del ministero negli ultimi anni, prima dalla giunta Oliverio – fino ai ricorsi alla Corte costituzionale, tutti persi – poi dalla giunta Santelli – valga per tutto la lettera di doglianze inviata la presidente del Consiglio sull’espropriazione della sanità alle prerogative regionali – non è valso a rasserenare i giudizi, sicuramente inducendo il ministro Speranza e i suoi collaboratori a considerare irredimibile la sanità calabrese. Se questo è il presupposto psicologico e d’ambiente, l’ultima iniziativa del facente funzioni Spirlì, di ricorrere al Capo dello Stato e di forzare la mano sulle nomine nelle aziende sanitarie, non può che rinforzarlo e renderlo, agli occhi del Governo, ancora più necessario.

    Più informazioni su