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Passa un’ora passa l’altra mai non venne il prode Roberto

La candidatura a presidente per Occhiuto è data per certa ma viene rimandata di giorno in giorno, nonostante l’auto annuncio a Vibo mentre fa rumore la dichiarazione resa dalla famiglia Santelli: non si usi il nome di Jole a fini elettorali

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    Ore 20,20 di sabato 12 giugno. La sera avanza gravida di pioggia, i tuoni in lontananza a tenerle bordone, ma dell’annuncio ufficiale da parte del vertice del centrodestra o dello stesso Berlusconi non c’è ancora traccia. Roberto Occhiuto rimane il candidato designato ma senza designazione.

    Solo una lontana eco proviene da Vibo Valentia, non proprio il fulcro da dove si irradia questo genere di nomine, l’asse Roma-Arcore. Per di più da fonte se non sospetta, quantomeno interessata. Ovvero lo stesso presidente dei deputati forzisti in visita nella città del coordinatore regionale di Forza Italia, Giuseppe Mangialavori.

    Poiché in politica mai nulla avviene per caso, è pensabile che l’incontro di Occhiuto con Mangialavori, sotto l’occhio benedicente del sindaco Maria Limardo, sia stato messo su in funzione enzimatica, al fine di accelerare il processo in corso. Che, oggettivamente, va per le lunghe. In realtà, non c’è nessuno che dubiti ancora sulla soluzione Occhiuto.

    Il problema del rinvio non riguarda la Calabria, bensì le due città cardine di Bologna e Milano, con il pregresso impegno di dare unica comunicazione. Probabile che occorra arrivare a martedì o mercoledì. D’altra parte non c’è fretta concorrenziale se si guarda all’altra parte del campo. Ma bisogna comprendere il deputato e magari il fratello sindaco, memori di quanto avvenne un anno e mezzo fa, a dicembre 2019, quando la candidatura di Mario fu cassata dal veto opposto dal leader della Lega, Salvini. In pochi giorni si passò dalla quasi certezza ai primi dubbi, alla delusione finale.

    Nel giro di dieci giorni appena successe di tutto: le dimissioni di Jole da vicesindaco, le parole gonfie di rabbia e di risentimento da parte di ambedue i fratelli, la designazione ufficiale, le minacce di abbandono del partito e di corsa solitaria. Infine, il rientro nei ranghi, la pubblica professione di pace di Mario al Modernissimo di Cosenza l’undici gennaio 2020, il sostegno di Roberto alla campagna di Santelli, anche in obbedienza all’accorata lettera inviata qualche giorno prima da Silvio Berlusconi ai “Caro Mario” e “Caro Roberto”.

    Tutto passato? Le accuse di tradimento, le sotterranee perfidie, il rimbombo di qualche clamoroso sbotto non tanto silenzioso da non filtrare dalle ovattate stanze del decimo piano? Non si direbbe, a dare un senso alla dichiarazione resa dalla famiglia Santelli tre ore dopo l’auto designazione di Roberto: “Nessuno usi il nome di Jole per tornaconto elettorale”. Come, di converso, si è fatto e si continua a fare, citando la presidente con il nome battesimale nelle più svariate occasioni, a turno, da parte dei passati colleghi, di partito e di giunta di diverso grado e funzione. Ci fermiamo qui, per il rispetto che si deve alla triste circostanza evocata e alla fonte del perentorio invito. Che facciamo nostro, sommessamente e rispettosamente.

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