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Il rebus candidato, dilettanti allo scandaglio

La genesi dell’impasse che attanaglia il centrosinistra. La profezia del tonno che si rinnova

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    Li chiamano, con una sfumatura di leggero disprezzo, “professionisti della politica”. Perché vivono “di” politica oltre che “per” la politica. E ci mancherebbe pure. Se così non fosse potrebbero “fare” politica, cioè interessarsi del destino proprio e del prossimo, solo i benestanti e gli anacoreti. Per cui, è giusto ed è un bene che ci siano – anche – i professionisti del bene comune, gli specialisti della cosa condivisa, i competenti del benessere generale.

    Eppure… alcune volte si perdono in un bicchier d’acqua…

    Prendete tutto quel che è stato combinato dal centrosinistra, calabrese e nazionale, intorno all’indicazione del candidato per la presidenza della Regione Calabria. Si dice centrosinistra, ma è evidente che, volendo ipotizzare il reato di incapacità e mancanza di visione, il maggior indiziato è il Partito democratico in quanto detentore della maggioranza dei voti e dei consensi nel campo amico. Un Partito democratico, quello calabrese, che da tre anni almeno esiste soltanto perché rappresentato in Consiglio regionale per lascito di passate glorie e, in società, da un commissario che tutto è meno che trascinatore di folle e catalizzatore di consensi. Stefano Graziano, col suo faccione tondo e rubicondo, fa persino tenerezza quando tenta di minimizzare lo sfacelo presente paragonandolo al terremoto che ha trovato, oppure quando riesce a trovare una nota positiva in mezzo alla generale stonatura della compagnia cantante. D’altra parte, bisogna anche ammettere che incassa benissimo i ganci e gli uppercut che gli vengono continuamente sferrati dai lati e dal basso.

    Graziano e la metafora di Ercolino sempre in piedi.

    Gliene hanno dette di cotte di crude, eppure lui barcolla ma non mola, Ercolino sempre in piedi. Lo ricordate? Era la mascotte gonfiabile di plastica adottata negli anni Sessanta da un noto marchio di prodotti del latte che, quando la colpivi forte si inclinava, sembrava sul punto di stramazzare a terra ma poi ritornava su, come se niente fosse. Chiamatela, se volete, resilienza. I bambini naturalmente restavano un po’ con la bocca aperta, anche perché i bambini di una volta facevano proprio i bambini. Ma la spiegazione c’era, e stava nella base che, essendo larga e pesante, non consentiva alla forza di gravità di avere la meglio. Ecco, il paragone tra Graziano ed Ercolino ha proprio in questo il punto di debolezza. Quanto si può fidare, Graziano e l’establishment democratico, della sua base che, nonostante tutto, ha retto benissimo fino alle ultime regionali, arrivando a superare il 23 per cento dei consensi comprendendo oltre alla lista madre quella satellite dei Democratici e Progressisti. In altre parole, un professionista della politica dovrebbe pur chiedersi cosa fare, non solo per mantenere, ma anche per ampliare quel margine, pur sempre considerevole, di consenso? Un neofita, un amatore, un dilettante risponderebbe d’impulso: creando interesse, attirando attenzione, allargando partecipazione, suscitando entusiasmo. Il professionista Graziano ha fatto tutto l’opposto. Più per indole che per scelta. E anche per necessità. Quando all’improvviso si è avverato, a ottobre 2020, che era necessario ritornare alle urne, niente di nuovo era stato costruito sulle macerie precedenti dell’esperienza Oliverio – diciamo così per comodità espositiva non per individuare nell’ex presidente l’esclusiva potestà minatoria -. Chissà, forse nei cinque anni preventivati si sarebbero potuti svolgere i congressi cittadini provinciali e regionale, forse nella tenzone consiliare regionale avrebbe potuto emergere una nuova e riconosciuta leadership, forse dal tanto agognato e finanche mitizzato mondo civile avrebbe potuto espatriare una nuova magnetica figura. Invece, quando Graziano – anche qui, il commissario serve per concentrare in un solo punto focale più soggetti coinvolti – ha schierato lo stato maggiore del Pd, e anche dei potenziali alleati, si è trovato immerso nella più desolante solitudine. Non c’era stato il tempo per costruire una nuova dirigenza a partire da un partito nuovo, come da lì a poco avrebbe declarato il nuovo segretario Letta. Mentre dal più numeroso degli alleati, il MoVimento 5s, venivano frapposti paletti o, alternativamente, segnali di rottura.

    La variante impazzita proveniente da Napoli… e la profezia del tonno che si rinnova

    A rompere le uova nel paniere dem è arrivata poi la candidatura di Luigi De Magistris. La lezione delle precedenti elezioni del gennaio 2020 sembrava essere stata chiara: se si spezza l’unità del centrosinistra si dà campo libero, anzi liberissimo, alla concorrenza proveniente da destra. Il Pd pensava che la lezione fosse stata tanto chiara e dura che a farla propria dovessero essere soprattutto i principali sconfitti, cioè il M5s e i civici. Invece la variante impazzita proveniente da Napoli ha scompaginato le residue progettualità, ha provocato smottamenti nello zoccolo duro degli elettori e nel bacino desiderabile dei non votanti, ha messo una fretta del diavolo agli avventori del tavolo di consultazione. E da lì si è cominciato a scandagliare il fondo del mare. Quando il sonar non ha restituito alcun segnale degno di nota, nemmeno l’ombra di una candidatura visibile ancor prima di essere condivisibile, si sono gettate le reti a strascico: vediamo cosa viene su. Il “pescato”, di qualunque specie e genere, è andato a male. É la profezia del tonno che si rinnova: candidati e buoi dai partiti tuoi. Sui buoi Graziano e compagnia sono d’accordo. È l’elemento partito che non li scompiffera per niente.

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