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Elezioni regionali, cosa accadrà quando finirà il gioco di chi sta con chi?

Personalizzazioni, ritorsioni, amnesie, traslazioni intercoalizionali caratterizzano le vicende preelettorali calabresi. Incrementando il disinteresse e l’astensionismo dei più

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    La domanda cruciale è: quando, tra una decina di giorni si presume, sapremo finalmente e una volta per tutte chi sta con chi, di cosa narreremo per raccontare la politica di questa regione? Finora ci siamo appassionati di alleanze strategiche (De Magistris – Tansi), di tuffi carpiati rovesciati con doppio avvitamento (Tansi -De Magistris – Bruni), di titoli di testa (“Il centrodestra ha un solo nome, Roberto Occhiuto”), di titoli di mezza coda (“Il centrodestra tocca Ferro” oppure “Chi tocca la Rai muore”), di fenomeni paranormali (Il tavolino del centrosinistra), di remake filmici (“Indovina chi viene al Marechiaro”), di rinunce cotte a puntino (La politica dei due Magorni) e di dilemmi pirandelliani (Oliverio, uno nessuno diecimila…). Tra poco tutto questo teatrino dovrà per forza finire per via delle incombenze che derivano dagli adempimenti elettorali: la campagna tra villaggi marini città deserte e rifugi montani, la convocazione dei comizi, la presentazione delle liste. Quando tutto questo allestimento di scena troverà finalmente requie, sarà alto il rischio di dover fare i conti con la nudità delle regine e dei re impegnati nella promozione e nel convincimento, anche se in realtà si tratta di autopromozione e autoconvincimento.

    Tutti diranno per forza di cose di possedere non la formula magica, a questo sproposito nessuno è ancora arrivato, anche se la tentazione è pericolosamente a portata di mano, basta indovinare lo slogan giusto. Ma certo di possedere le qualità necessarie affinché, con l’aiuto del buon dio e con un pizzico di fortuna, la Calabria esca dal guado in cui è perennemente impegnata e raggiunga la sponda della normalità. E qui elencheranno con dovizia tutto ciò che dovrà andare a posto. L’elenco è lungo e inevitabilmente soporifero: la sanità, il lavoro, la cultura, il turismo, l’agricoltura, l’ambiente, i rifiuti, l’acqua, i giovani.

    Tutti si fermeranno ai titoli e al massimo li arricchiranno di qualche episodico tassello di buon senso: la sanità in mano ai calabresi, il lavoro che non c’è, la cultura da promuovere, il turismo di qualità, l’agricoltura da tutelare, l’ambiente da salvaguardare, i rifiuti da riciclare, l’acqua da distribuire, i giovani risorsa del futuro. Qualcuno addirittura presenterà il suo progetto per il ponte sullo Stretto, qualcun altro sbandiererà l’Alta velocità ricordando che se Cristo si è fermato a Eboli l’Alta velocità si è fermata anche prima, a Salerno. Poi, i più sgamati, quelli che hanno già avuto le mani in pasta, sciorineranno cifre a molti zeri, garanzia di competenza e di familiarità con i giri che contano e che fanno girare l’economia. Sarà una girandola di buone intenzioni e di altisonanti citazioni, le prime per abbellire il muro, le seconde per nasconderne il vuoto dietro.
    Insomma, l’illustre assente è quello che una volta si chiamava programma. Una parola scomoda. Perché talmente abusata che meno se lo nomina e meglio se ne esce.

    Fu proprio la defunta presidente Santelli a decretarne la fine ingloriosa, quando a inizio d’esperienza regionale ebbe a dire lapidaria che i programmi sono tutti buoni e ne avrebbe fatto volentieri a meno. Echi che sono rimbalzati anche nelle prime parole spese da Amalia Bruni nell’esordio da candidata, quando più volte ha evocato la luce del buon senso come guida nella notte buia e tempestosa affollata da insidie, pericoli e fantasmi. La preoccupazione di tutti gli attori in scena al momento è fare cassetta. Prima i voti (d’urna), poi i moti (di spirito e d’azione). È il portato più immediato della personalizzazione della politica. Fenomeno che ha due aspetti che fungono come causa e effetto dell’altro. Il primo è la propensione sempre più evidente alla delega che sfocia nella identificazione nel personaggio al quale viene delegato il potere di rappresentanza. Il secondo è l’uso che di questa delega fa il delegato nelle due direzioni non sempre parallele del bene comune e del bene proprio, nel senso della propria parte o del proprio partito.

    Gli avvenimenti delle ultime ore confermano queste impressioni. Da qualunque parte si guardino. C’è chi, Fratelli d’Italia, pur di compiere una ritorsione per l’esclusione dal cda Rai sacrifica l’unità della coalizione di centrodestra finora da tutti additata a buon esempio in confronto ala rissosità della controparte. Chi, Tansi, come i compagni di Ulisse ospiti dei Lotofagi, è dimentico degli antichi presunti commensali al partito unico della torta. Chi, Magorno, nell’annoverare nelle cose possibili un probabile impegno nel centrodestra, ammette candidamente di aver votato Santelli nelle precedenti elezioni. Chi, Oliverio, pur di rompere l’isolamento, erode spazi e voti all’area di riferimento di sempre. E così via. Tutto, naturalmente, condito con l’accenno al supremo interesse dei calabresi. I quali, nel frattempo, esclusi gli addetti ai lavori, guardano da lontano, controvoglia e annoiati. Poi, al tirar le somme, c’è anche chi si stupisce della marea dei non votanti.        

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