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Giuseppe Conte, presidente di presenza e di parvenza

Anche a Catanzaro accolto come un personaggio dello spettacolo, un po’ si compiace, un po’ si dispiace. In fondo, è pur sempre “Giuseppi”, l’unico a capo di un governo gialloverde e poi giallorosso

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    A Conte fatto … e a conti fatti, uno vorrebbe pure, alla fine, buttarla decurtisianamente in politica e discettare sul Conte pensiero in fatto di ripresa e resilienza, di commissari alla sanità, di green pass e altre amenità di quel tipo lì per cui si va a votare a inizio ottobre.

    Ma come si fa, se ad accogliere il neo presidente del MoviMento sono arrivati striduli gli acuti da cheerleader emessi con convinta partecipazione dalla signora che l’ultima volta che era andata a una manifestazione pubblica si trattava di scegliere tra divorzio sì e divorzio no.

    Se, mentre la calca di operatori tv e giornalisti si stringe intorno a “Giuseppi”, da dietro arriva il femminile “ma cchè beddhu, propriu beddhu” … , anonimo e senza volto, e proprio in quanto tale degno di giudizio che non ammette obiezioni.

    Intendiamoci, non è che tutti i mille e più convenuti in piazza Matteotti fossero esponenti del genere donnesco. No, c’era anche una robusta partecipazione dell’altra metà della terra.

    Per dire, era un giovanotto “No vax” molto nerboruto e cazzuto quello che per tutta la durata dell’intervista non ha fatto altro che gridare contro il voltafaccia presunto dei Cinquestelle in fatto di green pass e di obbligo vaccinale, tanto che a un certo punto gli agenti del servizio di sicurezza hanno provveduto a calmarlo un po’ onde evitare situazioni di imbarazzo se non di altro.

    Ma senza dubbio, è stato questo l’elemento caratterizzante dell’appuntamento con Giuseppe Conte a Catanzaro, città dalla quale era mancato per tutto il periodo in cui al suo cognome sono stati associati i numeri romani, I e II, ma che ha frequentato in passato, come ricorda appena salito sulla sorta di carretto siciliano che ha funzionato da palco.

    E che ha salutato, dopo i venti minuti di affabulazione svolti con dovizia di accorgimenti retorici, con “un forte abbraccio, Catanzaro”, e giù gli applausi, e i fischi e i gridolini, prima di passare ai selfie che, se qualcuno pensa siano esclusiva di Matteo Salvini, ebbene, deve darsi una bella auto smentita.

    Da parte sua, il solo a essere stato a capo di un governo giallo verde e poi giallorosso, di questo un po’ si dispiace e un po’ si compiace.

    Giuseppe Conte sul palco e con il microfono in mano si muove con agile abilità, alzando raramente i toni e preferendo l’accompagnamento modulatorio dei moti di spirito – “mi sono dedicato sempre a voi, ho sempre avuto una costante attenzione verso questa terra, perché siete dimenticati dagli uomini” -, la carezza dell’ego collettivo – “conosco bene il vostro orgoglio, la vostra fierezza, la vostra dignità, la vostra voglia di riscatto, avete creduto e siete rimasti tante volte delusi e con tante frustrazioni”-, il richiamo al rapporto diretto ed esclusivo – “vi voglio guardare negli occhi senza farvi promesse elettorali, tranquilli, sono qui per dialogare e ragionare con voi, per condividere alcune valutazioni” -, finanche la maieutica socratica – “ sapete cosa sono le comunità energetiche, vero? Noo? Non lo sapete, ecco come non passa l’informazione che serve. Ecco, le comunità energetiche sono…”-.

    E così via.
    Tale e quale come ai tempi di Palazzo Chigi, il presidente dei Cinquestelle porta un impeccabile completo blu con pochette bianca, sul palco qualcuno gli applica al bavero della giacca una spilletta con cinque stelle d’oro, una accanto all’altra, un tocco di appartenenza molto understatement come si conviene a un portatore sano di eleganza.

    Per il resto, a Catanzaro Conte non poteva certo inventarsi qualcosa di nuovo rispetto a quanto aveva già detto a Corigliano Rossano, a Cirò, a Crotone, né potrà farlo domani nelle tappe di Vibo Valentia, Gioia Tauro, Reggio Calabria, Locri e Lamezia Terme.

    In piazza Matteotti è giunto accompagnato da Amalia Bruni, perché è per lei, intorno alla sua candidatura e alle speranze a lei legate, che attua questo tour de force niente male, contropartita ai mesi passati a studiare le carte dei Cinquestelle, a redigere il nuovo statuto, a dettare pretese e a smussare dinieghi.

    Ad attenderlo un bel po’ dei parlamentari Cinquestelle che fino a poco tempo fa chiamavamo disinvoltamente grillini e adesso non si sa se fa ancora loro piacere essere così appellati: il catanzarese doc Paolo Parentela, il lametino docg Giuseppe D’Ippolito, il cosentino docgp Massimo Misiti, e probabilmente altri che il cronista nella folla non ha riconosciuto, un po’ per via delle mascherine incombenti e coprenti, un po’ perché a ricordarli tutti, i diciotto parlamentari pentastellati eletti in Calabria nel 2018 ci vorrebbe Pico della Mirandola.

    Un exploit destinato a non ripetersi nel 2023, come nelle previsioni e sulla scorta, anche, del deludente risultato delle regionali 2020. Nelle prossime, complice il nuovo interesse suscitato dalla leadership contiana e dalla circostanza inedita di una loro partecipazione alla coalizione di centrosinistra, i Cinquestelle contano di fare molto meglio.

    Primo ostacolo, che si presume alla loro portata, superare lo sbarramento di lista che, nella legge elettorale vigente, è fissato al 4 per cento.

    E da lì, risalire la china del consenso, ma anche compattare la linea della proposta, oggi piuttosto frammentata e ondivaga.

    Ma Giuseppe Conte, uomo della provvidenza, della pazienza e della parvenza, è lì per questo.

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