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Il Partito democratico in mezzo al guado, tra passato recente e futuro prossimo venturo

Il Congresso si farà prima di Natale, indipendentemente dal numero delle tessere. Un partito in movimento, che chiede autonomia e separazione tra i il livello politico e la rappresentanza nelle assemblee elettive

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    Il Partito democratico calabrese prova a ripartire rimuginando sul passato prossimo – l’ultima volta in cui si è trovato a guidare la Regione -, sul passato recente – le due ultime campagne elettorali -, sul presente precongressuale, sul futuro decommissariato e normalizzato nel segno delle Agorà lettiane.

    L’Assemblea regionale dell’Agroalimentare lametino, alla quale secondo le intenzioni di Stefano Graziano seguiranno le altre due per Calabria nord e Calabria sud, è stata questo: un po’ leccarsi le ferite dopo la sconfitta elettorale regionale, un po’ non lasciarsi illudere dalla carezza dei successi amministrativi a Cosenza e a Siderno.

    Un partito in mezzo al guado, insomma, che vuole raggiungere l’agognata sponda congressuale e ha nel contempo qualche remora sulla tenuta della zattera su cui si trova.

    L’affidabilità piena del mezzo sarebbe legata al dato del tesseramento, sul quale hanno ragionato quasi tutti gli intervenuti, attribuendogli maggiore o minore importanza in relazione al dato numerico.

    Si è sbilanciato più di tutti in proposito Italo Reale, che presiede la commissione apposita, secondo cui un congresso auspicabilmente rappresentativo deve raggiungere la soglia delle diecimila tessere, considerando come semplice parametro di riferimento il dato elettorale ultimo: per 100 mila elettori che hanno votato Pd, uno su dieci deve essere tesserato

    . Qualcun altro è sembrato poco interessato al numero limite: è il caso di Marilina Intrieri e di Enza Bruno Bossio, le quali in questo ragionare sulla scarsa rappresentanza di un congresso voce di poco più di mille tessere vedono l’ulteriore tentativo di volere ancora rimandare il rinnovamento da tutti in apparenza auspicato. Al tirare delle somme, è fuori di dubbio che il Congresso regionale si farà, entro Natale, avendo come base il risultato del tesseramento al 30 novembre.

    Da fine mese scatteranno le fasi congressuali che porteranno alla elezione dei segretari delle cinque federazioni, del segretario regionale e dei segretari cittadini nei comuni superiori ai 15 mila abitanti.

    Al momento nelle cinque federazioni i tesserati risultano essere milletrecento, tessera più tessera meno. Da Graziano e Francesco Boccia, intervenuto alla fine in qualità di inviato speciale in Calabria oltre che di responsabile degli entri locali della direzione nazionale, respinta ogni critica sulla scelta della modalità on line, compresa quella economica che fa costare l’iscrizione 15 euro e attraverso carta di credito: un metodo che ritengono sufficiente a bloccare il ricorso ai pacchetti di tessere che tanto hanno contribuito alla transeunte gloria dei capibastone imperversanti per tanti anni.

    Un termine sdoganato e fino al poco tempo fa causa di esecrazione verso chi lo avesse pronunciato pubblicamente, come capitò a Fabrizio Barca.

    Un altro sdoganamento, per la verità ancora parzialissimo, su un nome e cognome, quello di Mario Oliverio, nominato quale esempio di trasparenza nell’attività governativa regionale da Giuseppe Aieta, candidato non eletto ma desideroso di contribuire alla vita di partito, al quale sono necessari gli apporti di tutti, compreso quello dell’ex presidente.

    Da Aieta anche l’appello a non lasciarsi influenzare dal generale plauso verso l’affidamento dell’ufficio del commissario al presidente della Regione, una concentrazione di poteri problematica, né dall’apprezzamento sulla nuova organizzazione degli uffici alla Cittadella.

    Sull’argomento ha speso qualche parola il deputato Antonio Viscomi, autore, nell’era Oliverio della prima vera riforma della burocrazia interna, con la rotazione subitanea della metà degli incarichi apicali.

    Per il resto, tutti hanno cercato di guardare avanti, e molti hanno ribadito come essenziale tenere distinti i piani della politica di partito e della rappresentanza istituzionale. Il riferimento degli iscritti devono essere i segretari di circolo e di federazione e non gli eletti nelle assemblee rappresentative, regionali o nazionali che siano.

    Come, ha raccomandato nel suo passionale intervento Mario Paraboschi, è impensabile separare le due fasi della riorganizzazione del partito e della elaborazione progettuale.

    Stefano Graziano ha raccomandato, come d’altra parte Boccia e tanti altri, l’unità anche in presenza della necessaria dialettica interna: il partito ha tutti i mezzi per ritornare in piena autonomia, lasciando da parte le continue polemiche strumentali, le stesse che hanno spostato il problema del commissariamento, sul come e perché ci si è arrivati, al commissario, come se il responsabile della situazione del partito sia stato Graziano.

    Su questo, una parola perlomeno chiara è venuta da Bruno Bossio: il partito è stato commissariato perché di punto in bianco si è dimesso Ernesto Magorno e l’allora presidente Matteo Orfini non ha trovato di meglio che nominare un commissario.

    Su Magorno, una parola perentoria l’ha pronunciata Francesco Boccia: Ernesto Magorno è stato nel tempo renziano un segretario regionale inadatto.

    Per altro, grandi riconoscimenti generalizzati a Nicola Irto, il che preannuncia qualcosa nel senso della segreteria regionale pur nell’evidente contrato con quanto auspicato sulla non sovrapponibilità tra cariche istituzionali e di partito.

    Ma questo, è un altro problema per un’altra vita. Di partito.

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