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Il male della politica nel mancato senso delle istituzioni. Moralità e classe dirigente

"La Democrazia italiana da almeno vent’anni soffre per la violenza subita a causa di leggi elettorali che non solo hanno rubato il potere del voto libero ai cittadini, ma hanno consentito a quattro cinque capi di finti partiti di impadronirsi delle istituzioni"

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    di FRANCO CIMINO

    Invecchiare è bello, mutuando il detto antico, “carogna è la vecchiaia per chi non ci arriva”, dico io. Ma a volte è davvero fastidioso sentire non il tempo che passa, ma il ricordo del vissuto più lontano. Chi ha più anni è vero che ha più esperienza e quindi, dicono, saggezza, specialmente se rapportata al “ conoscendo si impara”, anche questo nella mia modifica del detto antico “ sbagliando si impara”. Invecchiare comporta una responsabilità maggiore, verso se stessi e verso gli altri. Si è due persone in una, ciascuna chiamata a rispondere della propria memoria e della propria speranza. Della sua testimonianza del passato e della sua sensibilità sul presente. E, vi assicuro, non è proprio una condizione sempre piacevole. Chi ha fatto politica sin da ragazzo, come l’ho fatta io, vive la sofferenza del continuo confronto fra ieri e oggi. I più furbi del nuovismo liquidano la cosa come nostalgia, struggente per gli impenitenti. Lo dicono con una certa sufficienza che commuove tanto te li fa sentire comprensivi, addirittura affettuosi. Invece, non è così. Non lo è per nulla.

    Ripiegamento rassicurante sul passato a prescindere, la memoria di ciò che eravamo su certi terreni del vivere, e del vivere in associazione con gli altri, sollecita una più rigorosa lettura del presente. Una lettura che consente, tra l’altro, di trarre dal confronto col passato una resistenza razionale, oltre che emozionale, rispetto a un nuovo che contraddice alcuni valori fondamentali su cui è venuta crescendo l’educazione all’impegno civile che molti “ diversamente giovani” abbiamo ricevuto. Mica è agevole anche questo! Non lo è per nulla. E per due motivi, almeno. Il primo è che provi una grande rabbia nel vederti quasi impotente dinnanzi a una realtà peggiorata rispetto a valori cui hai tenuto tanto. Il secondo, ancora più dolente, è che tutti quelle distorsioni e contraddizioni, vizi e colpe, contro i quali hai lottato in quel sistema della tua lunga giovinezza, al cospetto del degrado morale odierno ti appaiono peccati veniali. E ti arrabbi, sì. Si soffre, quindi più volte, invecchiando, e l’unica difesa che hai prodotto- restare ostinatamente ancorato agli ideali che hai professato-ti sembra affievolirsi come quel vaccino che perde di efficacia mentre temi che il virus ti assalga prima che la nuova dose arrivi. Ché non puoi chiuderti in casa se la tua battaglia per la Democrazia e la difesa della Libertà, ancora non è finita. L’ho fatta lunga, ne sono consapevole, ma non rischio certamente di confondere le idee a chi legge questa riflessione “ incavolata”.

    Chi mi conosce sa che, qui, mi riferisco alla politica. Questa che stiamo vivendo. La Democrazia italiana da almeno vent’anni soffre per la violenza subita a causa di leggi elettorali che non solo hanno rubato il potere del voto libero ai cittadini, ma hanno consentito a quattro cinque capi di finti partiti di impadronirsi delle istituzioni.

    Il popolo, che rispetto a questa reale progressiva alterazione della qualità della nostra Democrazia dovrebbe davvero scendere inferocita in tutte le piazze, sta a guardare. E sempre più muta e assuefatta si fa incantare da figure di comando, falsamente leaderistiche, che, sotto ogni profilo, rappresentano la mediocrità più completa. Il primo vizio che ha aggredito gran parte della classe politica, è la sempre più scarsa qualità culturale, il sempre più basso livello di pensiero e di conoscenze di cui dispone. La questione morale, sempre più pesante, ne è una conseguenza. Una semplice, ordinaria conseguenza dalle rovine progressivamente più dannose. Ma non li vedete, questi comandanti, nelle piazze dei loro “ comizi” (sic), o nelle quotidiane apparizioni televisive con una altrettanto bassa qualità giornalistica a porger loro domande caramelle? Quelle dolci dolci, le loro preferite. Visi tipo il famoso Superbone dei vecchi giornalini, frasi fatte, con pochi aggettivi, assai meno vocaboli. E molta attenzione ad evitare i congiuntivi. Frasi fatte, a mo’ di slogan, quasi sempre confezionate dai super pagati consiglieri “ esperti”( sic) in comunicazione. Poi, il nulla. Vuoto pneumatico su idee e analisi della realtà. Confronti tra alternative, mai. Gli unici incontri davanti alle telecamere o in Parlamento si riducono quasi sempre in scontri violenti, che hanno più volte sfiorato la rissa. Parlare di aggressività tra i giovani e di violenza nella società in un contesto del genere equivale a parlare di guantoni in un incontro di pugilato.

    La Politica, quella vera, é tribuna, la più alta e solenne, non è una cattedra. Questo è vero. Pertanto, non deve educare. Però, deve essere educata. In ogni sua manifestazione. Anche nel linguaggio. E nei gesti di chi la fa. In particolare, se dentro i luoghi deputati. Più rigorosamente, se quei luoghi sono le assemblee elettive di ogni ordine e grado. Ed è qui, in questi luoghi, che la valutazione sull’operato dei politici si fa obbligatoria. La discriminante è data dalle istituzioni. Del rapporto cioè che il politico instaura con esse. Se dovessi segnare con una parola la differenza tra il passato e il presente ne direi una sola: istituzioni. Al plurale, perché la forza della Democrazia, la sua vera essenza, sta nella pluralità non solo di voci e di idee o di confessioni religiose e d’altro ancora, ma delle istituzioni. L’ambito, in altre parole, nel quale volontà popolare e decisioni, scelte ideali e scelte di governo, beni individuali e beni comuni, ideali e interessi, sogno e realtà, non solo si incontrano, ma concorrono a realizzare, passo dopo passo, l’Utopia.

    Oggi, alla gran parte della classe politica, ad ogni livello, manca il senso delle istituzioni, che in alcun altro modo si manifesta se non nel porre gli interessi personali o quelli di parte e di partito, al di sotto di quelli generali. Non è che in passato mancassero le guerre o che la Politica fosse la palestra della santità, sebbene per la gran parte di coloro che la facevano essa rappresentava una sorta di carità laica e cristiana, attraverso la quale praticare il bene nella ricerca dell’eguaglianza possibile. C’erano guerre guerreggiate, contrasti e antipatie intrecciate a rivalità insistenti, eccome se c’erano!

    La differenza consiste nel fatto che gran parte di quei politici, selezionati per merito riconosciuto apertamente dalla gente, dinanzi alle istituzioni fermavano conflitti e interessi, anche il proprio personale. Per tutti riporto la risposta che Benigno Zaccagnini, allora segretario della Democrazia Cristiana, diede nel suo studio di piazza del Gesù, all’ampia delegazione di partiti, Partito Comunista compreso, che andò a offrirgli la presidenza della Repubblica, quasi al posto del candidato per eccellenza Aldo Moro, da pochi giorni barbaramente assassinato dalle Brigate Rosse. Fu questa, netta e lapidaria: “ grazie, non ne sono degno. Non ne sono capace.” La storia ci dice del seguito. Fu eletto a grandissima maggioranza Sandro Pertini. Un socialista, non un democristiano. E Zaccagnini, come la più ampia parte del suo partito, lo sapeva bene.

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