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Dinanzi alla crisi della politica e alle prospettive del Paese si elegga un nuovo Mattarella

"Il Presidente, cioè, che ha contribuito a salvare il Paese dalle rovine e che sul suo nome è riuscito mantenerlo il più unito possibile, limitando al massimo le derive egoistiche che l’hanno colpito"

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    di FRANCO CIMINO

     Come debba essere il presidente della Repubblica, quale debba essere il suo profilo istituzionale inequivocabile, ce lo dice chiaramente la Costituzione. Chi debba esserlo, lo decide, sempre per dettato costituzionale, il Parlamento con le rappresentanze delle regioni. Al Presidente della Repubblica la Magna Carta dedica il Titolo due per intero e ben nove articoli.

    Nel suo passaggio più delicato ( art. 87), ne disegna la fisionomia più rigorosa. Essa è stigmatizzata da una sorta di dovere “ imperativo”, se così posso dire, quello di rappresentare l’unità del Paese. Non ci vogliono, qui, costituzionalisti ed esperti di diritto, per capire l’importanza di questa affermazione.

    Di questo obbligo, che contiene al suo interno tutti gli altri doveri costituzionali cui è chiamato ogni cittadino e ogni rappresentante delle istituzioni, compreso il dovere di servire queste ultime con “ dignità e onore”, si compone il valore altissimo del mandato presidenziale. Il miglior presidente della Repubblica è, pertanto, sempre quella persona che a fine mandato può far dire a se stesso:” ho compiuto fino in fondo il mio dovere e adempiuto con onore a quel dovere.” E far dire agli altri, il popolo italiano:” sì, il presidente mi ha rappresentato, lui è stato me e io mi sono sentito lui.” Si discute ancora di riformare attraverso l’elezione diretta l’istituzione più alta dello Stato, ma davvero io credo non ce ne sia bisogno. E non solo perché i padri costituenti hanno compiuto un grande capolavoro di architettura della Democrazia quando settantaquattro anni fa, ventitré giorni prima rispetto a oggi, hanno attivato la Costituzione.

    Ma anche perché hanno creato una sorta di sistema invisibile, di carattere morale e culturale prima ancora che politico, attraverso il quale durante i sette anni si realizza realmente e “ direttamente” il consenso della gente verso il Presidente. Presidente che, da espressione immodificabile del Parlamento, diventa scelto dal popolo. Non accettato. Non preferito. Ma scelto. E io credo che anche per questa sottile etica della Democrazia che i costituenti non imposero l’obbligo di un solo mandato, non rinnovabile pur nella ragionata e ben compresa lunga durata del settennato. Infatti, è bene ribadirlo, non è scritto da alcuna parte che il presidente della Repubblica non possa essere rieletto. Tutto ciò che attiene, nella forma di democrazia più bella del mondo, la nostra, al controllo di espansione di un potere personale e al deragliamento dei poteri del Capo dello Stato, ovvero a altre mille tentazioni di tipo autoritario cui una persona, debole culturalmente e moralmente oltre che caratterialmente estremamente ambiziosa, possa essere esposta, è pienamente dentro il corpo e l’anima della Costituzione. Lo è tanto che in un non lontano passato, quello dei tragici anni a cavallo tra la fine dei sessanta e quasi tutti i settanta, se i golpe, pur pensati e tentati, almeno due quelli più pericolosi, non hanno potuto in alcun modo materializzarsi, questo è dovuto, prima ancora che alla fermezza unitaria delle forze democratiche, alla forza unitaria della Costituzione.

    Nell’attuale clima di grave incertezza politica, determinato, non lo si dimentichi, dalla più grave crisi che la Politica italiana, unitamente a quella dei partiti oggi quasi tutti finti, abbia attraversata negli ultimi trent’anni e più, oggi, con l’emergenza economica e sanitaria in atto, una delle poche certezze è rappresentata dalla figura istituzionale del Presidente della Repubblica, che il popolo sente come un luogo di garanzia e di protezione anche dei bisogni di persone e famiglie. In essa il popolo vede Sergio Mattarella, come figura non solo più degno di quella carica, ma la persona cui consegnarmi con fiducia.

    Pochi presidenti, come lui, forse il solo Pertini, sono stati accompagnati da stima e affetto così profondi ed estesi in tutte le realtà sociali. Pochi , come lui, forse il solo Pertini, sono stati tanto apertamente sollecitati( irritualmente votati, quindi!) a restare per un secondo mandato. L’esempio più clamoroso, ma anche attendibile, è stato la sua ultima presenza alla Scala di Milano, il sette dicembre scorso. La Scala non è, come erroneamente si pensa, il salotto della élite e della borghesia milanese, ma la piazza vera in cui si raccolgono tutti gli strati della società( si guardi dal loggione in giù per le gallerie).

    E poi c’è il raduno all’esterno di quel monumentale edificio delle centinaia di contestatori che a ogni Sant’Ambrogio, gridano contro i poteri e chi, passando per entravi, li rappresenta. Bene, Sergio Mattarella è stato accompagnato da forti applausi all’esterno e accolto da un’autentica ovazione durata circa dieci minuti all’interno da parte di un pubblico sinceramente entusiasta. Un pubblico in piedi e in coro, a chiedergli di restare nel contempo ringraziandolo.

    Ora che Mattarella, il cattolico e il democristiano, fattosi, da se stesso sempre uguale, uomo delle istituzioni e che i valori più profondi delle stesse incarna, ha, con motivazioni fruttate dalla sua alta cultura delle istituzioni e della Democrazia, offerto alla Politica la sua indisponibilità a una seconda elezione, è segno sì di moralità ed eleganza. Ma ciò non significa che una politica incapace di esercitare il suo ruolo anche nella ricerca di un presidente nuovo che tanto somigli al profilo costituzionale e tanto risponda alla necessità drammatiche dell’Italia, non si imponga di eleggere, già oggi stesso, e all’unanimità possibile, Sergio Mattarella.

    Il Presidente, cioè, che ha contribuito a salvare il Paese dalle rovine e che sul suo nome è riuscito mantenerlo il più unito possibile, limitando al massimo le derive egoistiche che l’hanno colpito. D’altronde, se i capi partito si facessero furbi visto che faticano a essere tutti intelligenti, potrebbero concepire questa scelta come obbligata. E per alcuni motivi.

    Tra questi: non fare uscire dalle urne di Montecitorio, alla vigilia del voto delle prossime politiche, alcun vincitore tra i partiti e gli schieramenti, e di conseguenza alcun sconfitto; conservare fino alla fine della legislatura quel Draghi considerato indispensabile per far fronte alla complessità dell’azione di governo e più sereno l’esercito dei novecentocinquantuno parlamentari, per lungo tempo troppo inquieti difronte alla paura di lasciare anzitempo il seggio. E Sergio Mattarella che farebbe dinanzi a questa possibilità? Nulla rispetto a quel che gli detterà la sua coscienza, il rispetto delle istituzioni e il suo amore per il Paese: accetterà l’incarico se l’elezione non sarà divisiva ovvero accompagnata da qualsiasi forma di condizione che tra l’altro contrasti con lo spirito della Costituzione. La sua passione. La sua religione laica.

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