Elezioni politiche: l’effetto flipper e il tilt in agguato

La legge elettorale, anche in Calabria, non incentiva la partecipazione al voto con listini bloccati, depositati dall’alto e scelte obbligate

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    Tutt’Italia è paese. Non c’è angolo di nazione in cui non si levino mugugni, se non proteste vere e proprie, per questo sistema elettorale di cui tutti parlano male quando deve essere usato e tutti dimenticano quando non serve. Lo hanno chiamato Rosatellum riportando nel nome il vizio di origine, essendo né carne né pesce, né rosso né bianco, né maggioritario né proporzionale, anzi, un mix tra le due cose, un bicchiere mezzo pieno che non si riempie mai e mezzo vuoto che è sempre a perdere.

    Buono per ingabbiare, per asservire, finanche plagiare, perché anche quando fa finta di avere una parvenza di proporzionale scopri che così non è, che i listini sono boccati e le preferenze sono state già fatte ab origine e sempre ad usum delphini. Fosse solo questo, a protestare potrebbe essere con più ragione il cosiddetto elettorato attivo, il corpo dei votanti, degli elettori. Invece, complice il sostanziale distacco tra paese reale e paese elettorale, si ritrova a protestare con più veemenza l’elettorato passivo, ovvero i candidati, quelli beninteso che non hanno una posizione utile e possono solo sperare in un exploit di voti che arriverà con la stessa probabilità con la quale si giocano due euro al superenalotto sperando di azzeccare la sestina ultramilionaria.

    Che a ben vedere sono proprio i candidati che dovrebbero e potrebbero garantire il rinnovamento del personale e della classe dirigente politica che, invece, con il meccanismo in funzione, rinnova se stessa nell’atto medesimo in cui promette il cambio di programmi e di strategia.
    La Calabria non sfugge al meccanismo perverso. Anzi. Basta uno sguardo complessivo e prospettico alle liste dei partiti prevedibilmente più votati e alle candidature meglio posizionate per capire quanto poco margine abbiano le nuove leve, quanto sia ridotto lo spazio dato agli emergenti, quante asfittiche siano le possibilità che le urne regalino alla delegazione parlamentare calabrese i due caratteri benvoluti della novità e della rappresentanza territoriale. C’è di tutto in posizione apicale dei listini proporzionali e dei collegi uninominali: dalle glorie antimafia ai leader di partito, dai figli di ritorno della prima e a quelli di seconda generazione, dai portatori del diritto di bandiera ai ricompensati per pregressi ostracismi.    

    A complicare le cose, e a rinvigorire l’insoddisfazione dei più, è la possibilità data delle candidature multiple che consente soprattutto ai leader di essere presenti in più collegi potendo anche occupare contemporaneamente sia spazi proporzionali e che uninominali. Favorendo, con il gioco delle opzioni o meglio dei quozienti più o meno pieni, chi in lista viene dopo o in posizione utile per approfittare del gioco delle attribuzioni.

    Qui si innesta il fattore “flipper”, così detto perché molto somigliante alla pallina impazzita che rimbalza senza apparente ordine su e giù, a destra o a sinistra del campo di gioco. Poiché le attribuzioni di seggi nel proporzionale avvengono su scala nazionale e devono per forza uniformarsi al dato percentuale, non è pacifico che il candidato premiato per esempio in Calabria, non debba cedere il seggio a un candidato arrivato secondo per esempio in Lombardia. Un’ulteriore complicazione che lascerà molti candidati nella suspence anche a scrutini circoscrizionali già definiti, in attesa che il quadro nazionale complessiva venga ricomposto e definito. Sono casi già verificati nella precedente esperienza del Rosatellum, esasperati dalla drastica riduzione dei seggi partorita nell’ultima legislatura con la legge costituzionale votata magari anche da chi oggi lamenta la sua esclusione dalle liste per mancanza di spazio. Una zappa sui piedi, una mazzata tafazzista sulle parti basse. Certo è che il meccanismo elettorale vigente non facilitando la libera scelta dei parlamentari da parte dell’elettorato non ne incoraggia la partecipazione al voto.

    Con il risultato di favorirne il progressivo scivolamento dalle alte percentuali degli anni Settata alle preoccupanti delle ultime. Il pericolo atteso, e vituperato, è che meno della metà degli aventi diritto si rechi al voto, gettando un’ombra sulla reale rappresentatività parlamentare, progressivamente spostata da indicativa degli aventi diritto a esemplificativa degli esercitanti un dovere. Si va insomma verso un punto estremamente delicato, una sorta di non ritorno oltrepassato il quale si rischia che le basi della costruzione democratica subiscano un colpo gravemente lesivo della tenuta del quadro complessivo basato sull’equilibrio dei poteri, con quello legislativo che riceve legittimità diretta da volontà e partecipazione popolare. Alla fine, non è tanto l’effetto “flipper” che dobbiamo temere, bensì il “tilt” da scuotimento eccessivo del sistema, temutissimo segnale precorrente il “game over”. 

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