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Spirlì e il gioco del cerino nella sanità calabrese

La sua intemerata è l’ennesima riproposizione apotropaica del capro espiatorio

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    Nel gioco del cerino perde chi si ritrova l’ultima fiammella tra indice e pollice. Il cerino passa di mano in mano tra i diversi partecipanti. Che più sono più il gioco è divertente per chi assiste. Ma se al gioco partecipano tutti il divertimento si associa alla crescente preoccupazione di ciascuno di essere il destinatario della scottatura finale. Nella sanità calabrese finirà proprio così: tutti gli attori si passano il corpo ardente l’un l’altro ma, come succede anche nel più prosaico campo ortofrutticolo con l’ortolano, alla fine del giro a farne le spese, metaforiche e materiali, sarà il cittadino sul quale incombe un destino a scelta: se ha soldi da spendere sarà curato, se non li ha arrangerà. Alla faccia del caro 32 Cost: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Tutela e garantisce. Due verbi introdotti nel testo non per caso ma su precisa e ponderata volontà dei costituenti che, certo, non potevano immaginare che la sanità sarebbe diventata la quintessenza della disparità e della diseguaglianza, per di più costituzionalmente avallate con l’improvvida introduzione delle modifiche al Titolo V e la conseguente benedizione di venti diverse repubblichine sanitarie.

    Risultato ultimo, e che ci possa riguardare, è l’intemerato irrompere di Nino Spirlì – “presidente di giunta facente funzione ma sempre presidente è”, ipse dixit in Consiglio regionale – nei corridoi deserti dell’ex “Villa Bianca” di Catanzaro alla ricerca del colpevole, di colui che non fa aprire il centro Covid con i suoi promessi 100 posti che ieri erano solo 10 e che solo stamattina, dopo l’ispezione dell’effe effe diventeranno in pochi giorni 40, magicamente. Ma se l’effetto taumaturgico dell’effe effe è questo, gli si potrebbe suggerire un tour in tutte le strutture che non funzionano, che zoppicano, che non escono dal cono d’ombra dell’inefficienza e dell’inefficacia, per usare all’incontrario i due termini mantra che tutti pronunciano probabilmente senza sapere attribuire loro lo specifico significato. É la pratica apotropaica, inveterata e redditizia, della ricerca del capro espiatorio, scorciatoia infingarda per personalizzare responsabilità che sono invece di sistema. Con il che non si vuole, è bene precisare, assegnare all’indeterminato l’esplorazione delle cose e delle procedure che non vanno con il risultato che nella nebbia del vago tutto rimanga invariato.

    No, individuare nel sistema responsabilità e sperimentare su di esso i correttivi necessari significa chiamare a correo tutta la filiera dirigenziale che la sanità calabrese si ritrova, commissario ad acta compreso, dalla Cittadella fino alle direzioni aziendali e anche più giù, laddove le scelte generali si vanno a plasmare sulle realtà concrete dei dipartimenti, dei reparti, delle corsie, degli ambulatori. E farne una questione politica primaria. Non si può mandare tutti a casa, come pure suggerisce in preda a furore giacobino l’effe effe per il presunto responsabile dell’ammanco di posti letto ordinari e intensivi. Ma, si perdoni la spropositata visionaria e voluta ingenuità, li si può obbligare tutti insieme a lavorare tutti insieme per questo arco di tempo terribile per la salute e la salvezza comune. Una sorta di lavori forzati per il benessere comune. Pena, se possibile e se previsto nell’ordinamento, l’esercizio dei poteri sostitutivi. Saltando a piè pari, beninteso, l’istituto del commissario ad acta “che tanti lutti produsse agli Achei”. Lasciando possibilmente in pace la procura della Repubblica e il procuratore che hanno già altro, e tanto, cui pensare.

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